Notula a
redimicula / ridimicla
del De militia di Leonardo Bruni.

Tra i manoscritti del Fondo Burgess
(1) che si conservano nella Biblioteca della University
of Oregon, a Eugene, sin dal 1935, vi sono due opere di Leonardo
Bruni: la traduzione del Fedone di Platone e il trattato
De militia.
De militia.
Eugene (Oregon), Knight
Library, Burgess Collection MS. 36.
Cartaceo, sec. XV1
(1440), cc. XIX, 200, XI'.
Questo manoscritto
-- in cui è inserito il trattato De militia
-- è un codice di unica mano, in bastarda all'antica,
con vari residui gotici e quindi anche
con un numero elevato di abbreviazioni. Ciò nonostante,
il Ms. Burgess 36 è scritto molto chiaramente e quindi
è facilmente leggibile. Il codice è stato rilegato
in pergamena nel Settecento. Misura mm. 280 x 210. La numerazione
è recente e indica 200 carte di testo. La carta 170
è in bianco ed è rigata orizzontalmente e veritalmente
ai lati. La rigatura si può osservare anche in altre
carte del codice. Fascicolazione: A—T10, con richiamo
regolare al centro in basso. Inoltre, all'inzio del ms. vi sono 9 carte
in bianco, seguite da 10 carte numerate separatamente, contenenti un indice
dettagliato, scritto da due mani diverse
dalla mano che scrive i testi. Alla fine vi sono altre 11
carte in bianco. Misura dello specchio dello scritto: mm.
190 x 107 ca. Numero di righi per carta: 39. Lo spazio tra
le righe è di mm. 5 ca. Ampi spazi marginali. Il manoscritto
è punteggiato abbastanza accuratamente: vi appaiono i vari segni
di pausa -- breve (·), lunga (·/), piena (/·) --
il punto interrogativo (/.), e
il segno di paragrafo, alternativamente in rosso e blu, seguito dalla lettera
capitale. Dalla c. 4r fino alla fine del De militia il segno di
paragrafo e l'iniziale maiuscola sono fuori dello specchio dello scritto.
Il De militia del Fondo Burgess
fa parte di una silloge umanistica che contiene, oltre al
lavoro del Bruni (cc. 1r-10r), l'intera
Epitome di Lucio Anneo Floro (cc. 11r-54r),
l'Epistola di Plutarco (cc. 54r-54v),
orazioni e discorsi politici tratti dal Ab Urbe condita
di Tito Livio (cc. 55r-169v), ed
estratti presi da Giuseppe Flavio (cc. 171r-200v).
Segno evidente che quest'opera del Bruni veniva presentata
non solo come trattato politico-patriottico, ma anche come
opera di retorica. Inoltre, il fatto che sia proprio l'opuscolo
del Bruni ad aprire questa antologia di retorica, è
indice dell'importanza che gli si attribuiva da questo punto
di vista (2). Forse era desiderio
dello sconosciuto compilatore - e forse del Bruni stesso -
poter vedere questo scritto come facente parte di un libro
scolastico di retorica, come infatti era già stato
il caso (e lo sarà fino alla fine Seicento) per l'
Epitome di Floro.
Il De militia
di Eugene è rimasto ignoto al Bayley e quindi fuori
dell'edizione critica che egli apprestò un quarantennio
fa (3).
Questo grosso manoscritto - che include
il De militia - risulta scritto nel 1440
(4), quindi quattro anni prima della morte del Bruni.
È difficile dire se il manoscritto, probabilmente di
origine del nord (Milano? Pavia?), sia stato scritto con l'assenso dello
stesso Bruni. Il copista ha certe tendenze medievali nella
scrizione: scrive autoritatem, pretestati,
fondo, conta (5),
cathena (6), incedere
per incidere (7),
deprendi. Eppure dopo il primo 'mihi' che viene reso
in mij (8), e dopo
il primo nihil che viene scritto econdo l'ortografia
classica ormai diventata quasi universale sotto la spinta
degli umanisti, il copista si uniforma a quella precisa intenzione
del Bruni, di scrivere, cioè, queste due parole sempre
con la c: michi e nichil
(9). Inoltre c'è da osservare che il manoscritto
evita anche le forme dittongate, come era la consuetudine
del Bruni.
Il titolo del nostro ms. non ha più
la subscriptio che si trova nei primi manoscritti.
Il Bruni aveva dedicato il De militia a Rinaldo degli
Albizzi, ma il suo nome non appare nel Burgess 36. Il titolo,
scritto in cima alla carta 1r, è semplicemente:
Leonardi Aretini de Militia. Forse è utile
dire che i vari testi del manoscritto sono a inchiostro bruno scuro,
mentre il titolo del De militia è a inchiostro
giallastro o ocra. Questo colore viene usato nel ms. 36 per i titoli
fino a c. 54. Dall 55 in poi titoli, titoletti e rubriche sono in
inchiostro rosso.
Il De militia di Eugene è
in stretto rapporto con il Ms. 599 della Biblioteca Casanatense.
Oltre ad alcune varianti in comune, ne preserva il caratteristico
errore di Archidamus (10),
per Hippodamus. È anche conforme nel titolo
che porta il Casanat., dopo la rasura cui questo manoscritto
andò soggetto e la conseguente eliminazione della subscriptio
in seguito all'espulsione da Firenze di Rinaldo degli Albizzi
nel 1434 (11).
Eppure il ms. del Fondo Burgess presenta
alcune varianti, tra cui un antonomastico poeta per
Homerus ("il nostro Omero", cioè
Virgilio), che non appare in nessun altro manoscritto di quelli
collazionati dal Bayley. Ancor più interessante è
la resa dei due redimicula del testo. Il ms. Burgess
36 infatti presenta due lezioni: per primo appare il corretto
redimicula e poi si ha un deformato ridimicla.
Così anche il Casanatense, benché in questo ms.
il ridimicula non sia apocopato. Il Bayley non accoglie il
ridimicula del ms. Casanat., e lo imputa ad errore
dell' amanuense. Errore poi che, secondo il Bayley, sarebbe
sfuggito all'emendatore di quel ms. che, molto probabilmente,
fu il Bruni stesso (12). Ma
se il Bruni fu colui che rivide il Casanatense, il fatto che
egli non corresse il presunto errore dell'amanuense, è
per noi prova lampante della sua intenzione che ridimicula
fosse scritto così com'è.
La breve parte del De militia che qui
interessa è imperneata sulla questione relativa alle
insegne d'oro e altri ornamenti portati dal milite. Secondo
alcuni, questi avrebbero l'effetto di rendere il milite valoroso.
Il Bruni si oppone a questa teoria e cerca di dimostrare la
stoltezza di costoro tramite l'uso retorico della similitudo.
Il ms. Burgess 36 legge come segue:
[5r] ....Putare
autem uti splendor luciditasque auri magnam aliquam virtutis
significationem contineat non magis tolera[5v]bile
est quam si quis vestem illam senatoriam in allegorias vertere
conetur, ut si late eius manice sint virtutis capaces dicat
esse, sin arcte et breves abstinentiam parsimoniamque significare.
Denique nichil est quod levissime in huiscemodi significationes
pertrahatur. Bipidem esse hominem multa significare potest.
Idem fieret et si esse tripes.
È a questo punto che il Bruni introduce
il salsus per demolire quell'assurdo argomento. E lo
fa tramite un interlocutore-inquirente che pone delle domande
sul significato delle due punte cuspidali (apices)
e delle due fasce pendenti sulle spalle (redimicula)
della mitra vescovile:
Quo in genere perquam urbane iocatum
fuerat [leggi: "ferunt"] Lodovicum Marsilium, hominem cum extra doctrina tum
sacrarum litterarum scientia omnium etatis nostre clarissimum,
qui cum ab eo quereretur, apices illi duo episcopalis mitre
quidnam significaret, ridens inquit, quia novum vetusque
testamentum scire episcopum oportet. Tum ille, recte quidem
hoc, at quid redimicula post collum ob eadem mitra pendencia?
Ridimicla, inquit, illa post tergata atque reiecta significant
nec novus nec vetus episcopum scire testamentum. Ita doctissimus
vir stulticiam vanitatemque rogantis lepida cavillatione
delusit, quod et in auro militari esset merito faciendum.
Ora, queste due discordanti lezioni (redimicula
/ ridimicla), a solo un rigo di distanza l'una dall'altra,
invitano ad una certa riflessione. È opinabile che
la diversità delle due lezioni del Burgess e del Casanatense
— e forse anche di altri mss., come, ad esempio, del Vat. Palat. Lat. 1598
la cui prima "i" di ridimicula fu eventualmente cambiata in "e") —
sia proprio ascrivibile all'originale
e, per di più risponda alle intenzioni del Bruni.
Infatti qui, cioè nell'economia retorica
del passo in cui appaiono le due lezioni, si tratta di usare
un motto di spirito, per uno scopo ben preciso. Il motteggiatore,
che qui scherza in un modo squisitamente "urbano"
(13), è il frate agostiniano Luigi Marsili
(1342-1394), uomo di grande dottrina e profonda cultura nelle
lettere e nella filosofia pagane e cristiane il quale viene
interrogato prima sul significato delle due punte, o meglio,
cornua (14), della
mitra episcopale, e poi su quello dei due larghi nastri decorativi
- appunto i redimicula - che attaccati dietro alla
mitra, in fondo al corno posteriore, ricadono sulle spalle del
vescovo. La risposta alla seconda interrogazione si attua tramite
una trovata comica. Nel breve ed efficace passo trascritto sopra,
lo iocus messo in bocca all'acuto e cólto frate
agostiniano è strettamente conforme ai precetti retorici
ciceroniani del genus iocandi. Cosicché il veloce
periodo del Bruni non solo mette in evidenza i tratti dell'istantaneità,
della brevità e della sorpresa, di cui ci parla Cicerone
nel secondo libro del De oratore e che il Bayley ha
opportunamente richiamato alla nostra attenzione
(15), ma mette anche in rilievo l'uso dei mezzi tecnici
per raggiungere l'effetto desiderato. Come è noto, tra
questi mezzi tecnici vi sono i diversi casi di dicacitas,
di paranomasia, cioè un cambio di lettere nella
parola data, ecc (16). Qui,
nel nostro caso, si tratta di operare una leggiera variazione
di lettere sul redimicula che consenta di associare
un significato diverso che serva a sfatare, come dice il testo,
la stoltizia e la vanità dell'inquirente. Quindi un ridi-micla
(17) che, letteralmente mette in ridicolo e, con la
frase che segue,serve a negare il significato che poco prima
si voleva dare alle cornua della mitra (18).
Con la logica conseguenza, quindi, di bollare l'opinione assurda
di chi crede che gli ornamenti militari d'oro conferiscano un
valore speciale al milite che li porta. Tale argomeno - dice
il Bruni - davvero non merita una seria confutazione. È
semplicemente ridicolo.
A questo punto si può forse aggiungere
una ragione paleografica. Anche un superficiale sguardo ai
termini redimicula e ridimicla del manoscritto
Burgess rivela che le due parole non sono solo scritte diversamente,
ma sono anche 'accentuate' diversamente. Nel manoscritto le due voci appaiono
così: redimícula e ridímicla.
Sarà opportuno dire, però, che in tutto il Burgess
36 le "i" hanno spesso, ma non sempre, un trattino
acuto sopra di esse. Si ricorderà che questa era la
pratica seguita da Niccolò Niccoli e altri amanuensi
del suo entourage. Ma il fatto che il copista del nostro manoscritto
abbia 'accentuato' le due simili e vicine voci diversamente
è indice, secondo noi, della volontà di evidenziare
la differenza 'semantica' tra di loro. Questo, va senza dirlo,
ci riporta al concetto ciceroniano della paranomasia
cui si è accennato sopra.
Burgess Collection
MS 36 - f. 5v
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Ora, se queste veloci osservazioni sulla paranomasia
di redimicula/ridimicla hanno qualche valore,
è chiaro che, mentre per primo termine si deve ritenere
il corretto redimicula (che, sarà bene ricordarlo,
è il termine usato dall'inquirente), il secondo termine,
ridimicla, va senz'altro restituito al testo, poiché
senza di esso il passo del Bruni, che a questo punto dello svolgimento
retorico ha proprio lo scopo di condire il discorso con il salsus
ciceroniano, per screditare quell'assurda opinione di cui sopra,
viene a perdere gran parte, se non tutto, il sapore che il suo
autore voleva appunto conferirgli.
© Gino
Casagrande
22.VII.2003
NOTE
1. Per la storia e le
varie vicende del Fondo Burgess, si veda P. D. Morrison e
R. B. Mafif, The Edward S. Collection, in «Imprint:
Oregon», 4, 1 (1978), pp. 3-13.
2. L'aspetto e la costruzione
retorica del De militia sono stati eminentemente
messi a punto dal Bayley; Cfr. C. C. Bayley, War and Society
in Renaissance Florence. The "De militia"
of Leonardo Bruni, University of Toronto Press [Toronto]
1961.
Il disegno di copiare il De militia in manoscritti in cui
venivano copiate opere classiche attinenti, in qualche modo, alla
retorica non era nuovo. Si ricorderà che già Flavio Biondo,
il quale si trovava a Milano nel 1422, aveva copiato il Brutus
di Cicerone e il De militia del Bruni nello stesso manoscritto.
Negli anni a seguire il De militia conobbe una rapida fortuna a Milano
e fu copiato diverse volte. Si veda Mirella Ferrari, La «littera antiqua»
à Milan, 1417-1439, in Renaissance- und
Humanistenhandschriften, München 1988, pp. 13-29.
3. Queste note sono state
scritte nel 1982. Vengono pubblicate oggi con alcuni ritocchi
sostanziali. Per l'edizione del De militia a cura di
C. C. Bayley, si veda la nota precedente
4. La data del 1440
si trova al folio 54r: Lvcii Annei Flori liber
quartus et ultimus explicit Anno Domini MCCCCXXXX die xxviii
Jullij [sic].
5. Già nei dizionari
medievali si avverte che la parola va scritta con la u
e non con la o, come multi errant in scribendo,
confondono cuntor, cuntaris con contor,
contaris che si usa per inquirere (Cfr, Uguccione,
Derivationes, s. v. Si veda anche Guglielmo Bretone,
Summa, a cura di L. D. Daly e B. A. Daly, Padova
1975, s.v. cunctatio.
6. Cathena è
già reperible nei dizionari medievali.
7. Non si tratta di errore
di trascrizione. Il verbo cedere veniva usato già
nel tardo medievo come sinonimo di incidere. Cfr.
Guglielmo Bretone, Summa, cit., alla voce succedo.
8. Mij e niil
sono anche le scrizioni normali di Poggio Bracciolini. Infatti,
in un'epistole, Coluccio Salutati gli consiglia di di usare
le forme michi e nichil. Cfr. Coluccio Salutati,
Epistulae, a cura di F. Novati, Firenze 1893, Epist.
VII, pp. 162-63. Vedi anche B. L. Ulman, The Origin and
Development of Humanistic Script, Roma 1960, p. 25.
9. Il De militia
del Fondo Burgess ha il secondo michi con la c
espunta. È tuttavia probabile che il segno di espunzione,
che sembra d'inchiostro diverso, sia dovuto ad un lettore.
Del resto anche altrove nel ms. ( cioè non solo nel
De militia) si trovano sempre le forme michi
e nichil.
10. Nel nostro ms. la
lezione della prima occorrenza di questo nome è Archidamtis.
È probabile che il copista abbia preso la u
per la sillaba ti.
11. Rinaldo, della potemte
famiglia fiorentina degli Albizzi, nacque nel 1370. Volendo
togliere ai Medici l'appoggio del popolo minuto, cercò
di ridurre il numero della Arti minori, ma gli si oppose Cosimo
de' Medici e non riuscì. Tuttavia nel 1433 riuscì
prima a far imprigionare Cosimo de' Medici, e poi a farlo
mandare in esilio. Ma l'anno dopo, per l'infausto svolgimento
della guerra contro il duca di Milano, perdette il favore
popolare e, essendo ricorso alle armi, fu condannato al confino,
mentre Cosimo veniva richiamato a Firenze. Rinaldo morì
in Ancona nel 1442. Si veda C. C. Bayley, War and Society...,
cit., p. 127ss, e 362.
12. Cfr. C. C. Bayley,
War and Society..., cit., p. 362.
13. Per il concetto ciceroniano
di dei termini urbanus e urbanitas e per
l'evoluzione semantica che queste due voci hanno subìto,
si vedano E. Frank, De voce 'urbanitas' apud Ciceronem
vi et usu, Berlino 1932; e E. de Saint-Denis, Evolution
sémantique de "urbanus urbanitas", in «Latomus»,
III (1939), pp. 5-24.
14. Al tempo del Marsili
la mitra veniva disposta sul capo non più con le punte
sulle tempie - e quindi l'idea di cornua - come si
era fatto fin dal secolo XI, ma sulla fronte e la nuca, e
si era allungata notevolmente, cosicché le punte erano
ora dei veri e propri apices. Cfr. la voce mitra
a cura di L. Mortari in Enciclopedia cattolica, Milano
1949-1954.
15. Cfr. C. C. Bayley,
War and Society..., cit., p. 325.
16. Cicerone, De oratore,
II 178, e II 256.
17. micula è
diminutivo di mica con il significato di parvum
frustulum. Cfr. ThLL, s.v. micula.
18. Per i vari giuochi
dei pronomi e aggettivi dimostrativi, e per il loro effetto
umoristico e ironico nella retorica ciceroniana, si veda A.
Haury, L'Ironie et l'Humour chez Cicéron,
Leiden 1955, pp. 66ss.
© 2003 - Gino Casagrande
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