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Eugene (OR), University of Oregon Library,
MS. Burgess 48
( folio-1r
)
Il
codice. Il MS. Burgess 48, sec. XVmetà
1,
è un codice membranaceo di 329 x
235mm, e di ff. 252 più due fogli
di guardia, uno all'inizio e l'altro alla
fine del codice. Le guardie sono cartacee
ed hanno entrambe una filigrana in forma
di stemma2.
Nel recto della guardia iniziale
ci sono due note in italiano: in alto, "di
fogli 251"; e al centro: "CODICE
XLII". I ff.. del codice sono
numerati modernamente a lapis nel margine
superiore destro del recto. Ogni
folio ha il titolo della orazione, scritto
in maiuscoletto dal rubricatore in cima
al recto e al verso
come se fosse un libro moderno. Il codice
è privo della legatura originale.
La rilegatura attuale è in condizioni
precarie e completamente distaccata dal
corpo membranaceo.
Specchio
e rigatura. Lo specchio dello scritto
misura 219 x 134mm. La rigatura è
ad inchistro marroncino nei ff. 1r-80r (cioè
per i primi otto fascicoli) e a secco
nel resto, con un totale di ca. 36 righe
per pagina. Per quanto riguarda la rigatura,
va notato che, come di norma, ogni foglio
ha quattro righe verticali, a piena pagina,
che formano un totale di tre colonne, le
quali si distanziano come segue: 6mm, 134mm,
6mm. Cioè lo scritto di una riga
giace su uno spazio orizzontale di 134mm,
con uno spazio di 6mm sia a sinistra che
a destra dello scritto, racchiuso da due
colonne verticali. Lo spazio dei 6mm di
sinistra viene usato per le iniziali di
paragrafo (che quindi escono fuori dallo
specchio dello scritto vero e proprio),
e servono anche, nella maggioranza dei casi,
per le estremità dei bianchi girali
(o "bianchi girari") della lettera
iniziale di ogni orazione. Mentre lo spazio,
sempre di 6mm, di destra serve per le lineette
nella divisione delle parole e per i richiami
che sono regolari, ma scritti verticalmente,
in fondo alla colonna.
Fascicolatura:
I-XXV10 (ff. 1-250), XXVI2
(ff. 251-252), come si è detto, con
richiami regolari. Il codice è tutto
di un'unica mano, simile a quella di Giovanfrancesco
Marzi da San Gimignano(1440-post1494), ed
è scritto in una bella antiqua
e molto accuratamente. L'indice di c. 252v
è steso da un'altra mano.
Aspetto
generale della decorazione. A questo
punto varrà forse la pena di spendere
qualche parola sull'aspetto generale della
decorazione principale. La miniatura del
folio 1r è a bianchi girali, ed è
tanto elegante quanto semplice nel suo disegno
di base. Questo disegno non è a tutta
pagina, ma copre, grosso modo, solemente
tre quarti di essa, e non è simmetrico
in relazione alle dimensioni della carta,
come può essere lo specchio dello
scritto. Infatti il fregio superiore oltrepassa,
a destra, lo spazio dello specchio delimitato
dalla rigatura verticale. Va detto inoltre
che il disegno non è unito su tutti
i lati; il fregio interno è unito
a quello superiore, e il fregio inferiore
ha l'apparenza di essere unito al disegno
di, e intorno a, un putto che viene collocato
sul margine destro. Tra le misure della
miniatura dei margini interno+superiore,
e le misure di quella dei margini inferiore+destro
si viene a creare un parallelismo proporzionato,
di tipo quasi aureo. La forma generale della
miniatura principale del nostro codice assomiglia
più o meno a quella del Laurenziano
36.15, l'Ovidio scritto per Giovanni
de' Medici nel 1456 e miniato da Filippo
di Matteo Torelli (riprod. in Ames-Lewis,
figg. 52-53). La menzione è puramente
indicativa e si ferma qui. Infatti, questa
particolare decorazione del Torelli è
statica e non trasmette quella sapiente
leggerezza ed eleganza di proporzioni che
si percepisce guardando il Burgess 48.
La
miniatura. La c. 1r presenta l'iniziale
in oro con un fregio a bianchi girali racchiusi
da margini in turchino. Collegata al fregio
del margine interno, all'altezza della seconda
riga, si estende la grande lettera iniziale
"Q", involta in bianchi girali,
i cui interspazi sono dipinti di verde,
rosa e turchino. L'inziale occupa ben nove
righe e contiene il ritratto dell'autore.
Cicerone.
L'autore è ritratto a mezzo busto
in abito dottorale: indossa tunic a
azzurra e clamide rossastra, con in testa
un berretto anch'esso rossastro. La fisionomia
è caratterizzata dalla barba e dai
baffi bianchi, che gli conferiscono un aspetto
dignitoso e magistrale, accentuato dal libro
aperto che tiene con la mano sinistra e
dalla gestualità della mano destra,
con il pollice indice e medio aperti e le
altre due dita semichiuse, in atto di discorso;
e con lo sguardo rivolto a degli spettatori
immaginari che stanno ascoltando le parole
di una sua orazione.(Per ingrandire l'immagine
basta cliccarvi sopra). Forse sarebbe opportuno
aggiungere che il ritratto dell'autore viene
qui modellato secondo i dettami che lo stesso
Cicerone aveva indicato nel De Oratore
(III 220-27) e nell'Orator (55-60),
per ciò che riguarda l'atteggiamento
del volto, l'espressione degli occhi e i
gesti della dita. Se questo è vero,
ciò significa che il miniatore conosceva
bene quelle pagine classiche intorno alla
retorica della gestualità.
I
margini decorati. È da questa
"Q" (Quanquam mihi semper...
l'incipit dell'orazione De
Lege Maniliana ad Quirites) che nasce,
per così dire, il tronco della vite
dei bianchi girali i quali si estendono
poi, con l'aiuto di un amorino intorno alla
lettera e ai due margini detti. Nel margine
inferiore, invece, all'interno e al centro
di una ghirlanda, anche questa decorata
da bianchi girali, è collocato un
medaglione, con la bordatura in oro, che
presumibilmente conteneva uno stemma, oggi
purtroppo non visibile perché intenzionalmente
raso e coperto da una macchia d'inchiostro
marrone scuro. Probabilmente fu durante
la rasura dello stemma che il codice fu
privato della legatura (pregiata?) originale.
E forse le diciture scritte in italiano
sul recto della prima carta di guardia,
cui si è accennato sopra, furono
apposte ivi proprio per forviare un eventuale
curioso inquisitore. Insomma un atto di
depistaggio? È solo un'ipotesi.
Il
putto del margine destro. Dei quattro
putti del margine inferiore, solamente tre
sono nella ghirlanda, e tutt'e tre giocano
e volgono le spalle al medaglione centrale:
uno di questi si trova all'estremità
sinistra della ghirlanda e sembrerebbe avere
l'intenzione di uscirne. Il quarto ne è
già uscito, ed è rappresentato
in aspetto ludico sul margine destro. La
rappresentazione di questo quarto putto,
con tutta l'immagine intorno ad esso, rivela
che la decorazione è stata eseguita
da un artista di alta qualità e grande
fantasia. Il putto uscendo fuori dalla ghirlanda
ha portato con sé alcuni sottilissimi
steli e penducoli dei fiori dei bianchi
girali e li tiene in alto nella mano destra.
Alcuni dei loro calici si aprono, e da questi
escono dei semi d'oro cigliati. Intorno
e sopra al putto vi sono molti altri semi
o palline d'oro. Sopra uno di questi si
è posato uno filugello o bombice
(bombyx mori), cioè una farfalla
del baco da seta (vedi immagine).
Simbolo
del bombice. Si sa che la farfalla è
simbolo dell'anima. Nelle antiche raffigurazioni
l'anima era spesso rappresentata come una
farfalla per la semplice ragione che in
greco le voci "anima" e "farfalla"
sono designate dallo stesso vocabolo (psyché).
La farfalla, come simbolo, è stata
usata anche in letteratura per cui
basterà
ricordare Dante (Purgatorio X 124-26).
Ora, senza esludere tutto ciò, in
questo luogo a noi interessa soprattutto
il bombice, e interessa dire che l'introduzione
del bombyx mori nel nostro manoscritto
non è una novità. Troviamo
la farfalla del baco della seta nelle decorazioni
fiorentine di codici già dal 1426
e forse prima, e la si ritroverà
fino al Settanta e forse oltre in tanti
altri manoscritti incluso il MS.
Petrarch P49 R512+ della Cornell University,
databile 1465-1470 e decorato da Francesco
d'Antonio del Chierico (vedi oltre). Va
anche detto che l'introduzione di questo
insetto non è casuale, né
si rappresenta per semplice motivo esornativo.
È invece un indice o simbolo, se
pur parziale, della realtà socio-economica
fiorentina di quelle dècadi, e in
particolare del grandissimo incremento e
sviluppo della sericultura di cui Firenze
e dintorni ma questi esclusivamente
per l'allevamento dei bachi erano
stati promotori dalla prima dècade
del Quattrocento in poi3.
Lettere
iniziali. Si può dire che l'idea
delle decorazioni a bianchi girali si estende
un po' a tutto il codice. Infatti tutte
le orazioni ad eccezione
delle quattro notate oltre hanno
la lettera iniziale decorata nello stesso
stile e dalla stessa mano, come mostra l'esempio
qui accanto, che è la lettera iniziale
"M" dell'orazione pro P. Sylla
di f. 47v. (La lettera mostrata qui
è stata ridotta. Per vederla intera
e come appare nel contesto della carta,
basta cliccare sull'immagine) . Va detto
che la lettera iniziale decorata, in sé
e per sé, occupa dalle cinque alle
sei righe dello scritto inerente all'orazione
cui si riferisce. Ma le estremità
dei suoi bianchi girali, ovvero steli, terminanti
in fiori velati d'un giallo pallido, con
l'orlo in turchino che li racchiude, escono
sul margine al di fuori dello specchio e
si estendono, nel caso specifico, per altre
dieci righe: cinque al di sopra dell'iniziale
(e quindi nello spazio dell'orazione precedente)
e cinque al di sotto. Il tutto prende la
vaga forma di una parentesi graffa che sembra
avere la funzione di unire le due orazioni,
nonostante il titolo della rubrica, in maiuscola
e a tutta riga, che annuncia la nuova orazione
e che quindi divide l'una dall'altra. Bisognerà
però notare che non tutte le lettere
iniziali delle orazioni hanno questa forma
specifica. Alcune hanno soltanto un bocciolo
completo all'estremità superiore
e un secondo più piccolo e non completo
all'altra estremità. (Si veda, ad
esempio, l'iniziale "C" della
pro Sexto Amerino a folio 221r
).
Attribuzione
delle miniature. Le miniature del MS.
Burgess 48 sono nello stile di Francesco
di Antonio del Chierico (attivo 1452, morto
nel 1484). La decorazione è molto
simile a quella del MS. corviniano di Tertulliano,
conservato nella Biblioteca Universitaria
di Budapest (Biblio.
Univ. Lat 10) le cui miniature sembra
siano state appunto attribuite a Francesco
Antonio del Chierico da Pierre Petitmengin
(vedi ivi). C'è da aggiungere, inoltre,
che la decorazione del Burgess 48 è
anche simile a quella del Bodleiano Digby
231 in cui Otto Pächt aveva già
visto, più di cinquant'anni fa, la
mano di Francesco d'Antonio4.
Si dirà, tra parentesi, che i putti
della ghirlanda del margine inferiore del
MS. Burgess 48 volgono le spalle al medaglione
centrale per lo stemma, in maniera simile
a quelli di un altro MS. corviniano: quello
di Tito Livio, Ab Urbe condita, ora
nella Österreichische Nationalbibliothek
di Vienna (cod. lat. 22, f. 1r
). Anche la decorazione di questo codice
(scritto da Giovanfrancesco Marzi da San
Gimignano "agli inizi del settimo decennio" 4bis
e quindi molti anni dopo il nostro manoscritto)
è a bianchi girali e sembra provenire
dalla bottega di Francesco di Antonio del
Chierico (vedi
immagine). Ma forse è utile ricordare
anche un altro MS. di Livio, l'ott. lat.
2042 della Biblioteca Vaticana la cui miniatura
è stata attribuita a Francesco di
Antonio dalla Garzelli5.
La cosa ancor più interessante è
che il ritratto di Tito Livio miniato nella
lettera iniziale del codice vaticano (vedi
immagine) assomiglia enormemente al
ritratto di Cicerone del Burgess 48
benché il loro vestiario sia ovviamente
diverso6.
Nel Burgess Il tronco da cui si diramano
i bianchi girali, come si è già
accennato, sorge quasi a pependicolare sopra
la testa di Cicerone. Alla base del tronco
vi sono gli anelli che spesso si trovano
nelle miniature di Francesco. Spesso, ma
non sempre, come ad esempio sembra essere
il caso dei bianchi girali da lui dipinti
nell'iniziale "R" del laurenziano
plut. 65,27 -f. 192. Anche il tronco di
questi nasce all'angolo superiore sinistro
della "R", ma sembra essere senza
anelli7,
come ne è priva la lettera iniziale
( folio 1r) del Digby 231. Anche molte delle
lettere iniziali delle orazioni (ma non
tutte) del Burgess hanno degli anelli nei
loro bianchi girali, come ad esempio la
"M" qui sopra riprodotta.
A
conferma di quanto si è detto sopra,
sarà anche utile dare uno sguardo
ai putti in quanto essi sono indubbiamente
importanti per le attribuzioni delle miniature.
Già Mirella Levi D'Ancona ebbe ad
osservare che "i putti di Francesco
d'Antonio si riconoscono per la loro impronta
pollaiuolesca, e per il forte accento dato
al movimento dei fianchi"8.
Questo influsso del Pollaiuolo su Francesco
di Antonio è stato notato anche da
altri critici. Io non mi soffermerò
su tale aspetto; vorrei invece proporre
una tessera, composta da due pagine, tra
tante altre, le cui miniature sono stata
già attribuite a Francesco di Antonio.
Le pagine vengono scelte soprattutto per
convenienza perché presentano dei
putti in formato digitale abbastanza grande
e quindi di facile confronto con quelli
del Burgess 48. Si tratta del codice Bd.
Petrarch P49R512 della Cornell University
Library di Ithaca (N.Y.), e dell'urb. lat.
224 della Biblioteca Vaticana. Dall' immagine
qui presentata si potrà osservare
che effettivamente i putti della fila superiore
e quelli della fila inferiore sono stati
eseguiti nella stessa bottega e dalla stessa
mano (vedi
immagine). Ma, parlando di putti, converrà
anche sottolineare che gli amorini del Burgess
48 sembrano esattamente gli stessi dipinti
nel MS. Digby 231 in generale, e in particolare
entro il capolettera "C" del fol.
1r. Purtroppo non ho a disposizione una
chiara fotografia a colori del Digby, ma
forse la riproduzione in bianco e nero potrà
rendere l'idea (vedi
immagine). Inoltre i putti del nostro
codice hanno una grandissima somoglianza
a quelli che Francesco dipinse per il Libro
d'Ore della Biblioteca Riccardiana, MS.
457 (f. 2r); a quelli da lui miniati nella
Vita et gestis Nicolai V°, il
pluteo 66,22 della Biblioteca Laurenziana
(vedi anche infra); come anche a
quelli del Cod. 39, Aug. 4°, fol. 13r
(Psalterium Davidis), della Herzog
August Bibliothek di Wolfenbüttel
tanto per indicare solamente alcuni codici.
(Vedi riprod. in Csapodi, Tav. CXXXIX).
Nei
bianchi girali del Burgess 48, oltre ai
putti, vi sono anche dipinti tre uccelli.
Ve ne sono due nella cornice superiore:
uno sopra di essa in movimento, e l'altro
all'interno tra i bianchi girali, in atto
di beccare qualcosa. Il terzo, copia esatta
del secondo, è posto tra i bianchi
girali della fascia inferiore. Anche questo,
come il suo identico gemello superiore,
sta cercando di afferrare qualcosa con il
lungo becco; e il putto che gli sta di fronte
sembra osservarlo attentamente. Ora c'è
da dire che anche gli uccelli del Burgess,
come i putti, assomigliano ad altri uccelli
che si trovano in diversi codici attribuiti
a Francesco del Chierico. A tipo indicativo
basterà ricordare i già menzionati
Riccardiano MS 457 (f. 2r e f. 137r) e il
Digby 231 (f. 1r). A questi si potranno
aggiungere, tanto per indicarne solamente
altri due o tre, Banco Rari 34, 35, 36 (Livio,
rispettivamente, Deche I, f. 1; III, f.
1; IV, f. 1) della Bibliteca Nazionale Centrale,
il Laurenziano plut. 19, 12 ( San Girolamo,
Epist., f. 5) e il plut. 48, 31 (Cicerone,
Philippichae, f. 1) che è
del 1456.
C'è
anche da dire in fine che tra il Burgess
48 di Eugene e il Petrarch P49R512 di Ithaca
esiste un particolare comune che indubbiamente
vale la pena di mettere in evidenza. Il
punto concerne, come si è accennato
sopra, la rappresentazione del bombyx
mori. Eppure, oltre al topos comune
del bombyx mori, sembra che nei due
codici l'insetto sia in qualche modo associato
al putto. Come si è rilevato sopra,
nel Burgess 48 il bombice si è posato
su uno dei "semi d'oro" che sono
usciti dai calici dei fiori dei bianchi
girali tenuti dal putto del margine destro.
Nel Petrarch P49R512 il putto tiene qualcosa
nella mano sinistra da cui si sprigionano
dei semi (?) che gli cadono sulla mano e
sull'avambraccio. Sembra che questi siano
stati visti da una farfalla volante la quale
s'incurva in atto di frenare il suo volo
per scendere e posarsi proprio per prendere
uno o più di questi semi. Ora, a
prescindere dal non troppo ben riuscito
disegno del putto del MS. Petrarch, sembrerebbe
evidente che la rappresentazione di questo
particolare dei due codici sia stata motivata
della stessa "invenzione" (vedi
immagine). In materia di putti, si dirà
in fine che i putti del Burgess 48 sono
anche simili a quelli del MS. 180, fol 2,
del Fitzwilliam Museum (Donato Acciaiuoli,
Vita Caroli Magni), che è
del 1461 e che fu illuminato da Francesco
di Antonio del Chierico. (Per vederne l'immagine
nell'apposito sito di Cambridge basta cliccare
qui).
Come
si è accennato sopra, delle trentotto
orazioni del Burgess solamente trentaquattro
iniziali sono miniate. Mancano della lettera
iniziale miniata la in L Pisonem
(f. 112v), la de Lege Agraria liber primus
(f. 123v), e la pro M. Fonteio (f.
136v). L'iniziale della mutila pro Roscio
Comoedo (f. 75v) è priva sia
della miniatura sia della maiuscola (***
malitiam naturae crederetur...),
come del resto ci si aspetterebbe.
La
mano. La mano del Burgess 48, risulta
simile a quella di Giovanfrancesco Marzi
da San Gimignano. Giovanfrancesco è
un copista molto prolifico: tra quelli firmati
e non, gli sono stati attribuiti oltre sessanta
manoscritti. Il Marzi sembra 'specializzato'
nella copiatura dei classici, soprattutto
latini (ne abbiamo contati una trentina
dagli elenchi di Albina de la Mare. con
varie copie di Cicerone, Virgilio e Livio).
Nato nel 1440, assai presto, prima della
fine degli anni '50, troviamo già
alcuni suoi scritti; uno dei quali, in littera
antiqua, risale almeno al 1458, o forse
prima, poché in quell'anno fu acquistato
a Firenze da Bernardo Bembo. Va sottolineato
che una caratteristica particolare di questi
primi manoscritti prodotti da Giovanfrancesco
è che i richiami sono scritti verticamente.
Giovanfrancesco copia anche per le grandi
biblioteche come quella di Lorenzo de' Medici,
dei re di Napoli, del Duca di Urbino
ed anche di Mattia Corvino9.
Il
Burgess 48 è copiato dall'esemplare
con sollecitudine eppure, nel complesso,
con molta precisone . Giovanfrancesco è
molto attento al testo e ad ogni singola
parola o lacuna dell'esemplare. Quando egli
non capisce con chiarezza la parola o la
frase del "vetustissimo exemplari"
(nota marginale a f. 74r, per cui si veda
oltre) da cui trascrive lascia nella riga
uno o più spazi vuoti per essere
riempiti poi, in un secondo tempo, durante
la revisone. Nel Burgess 48 ce ne sono diversi
di questi spazi lasciati in bianco appositamente.
Ne abbiamo contati una decina che, effettivamente,
non sono molti in un manoscritto così
ponderoso come questo10.
Va detto però che in almeno due luoghi
due o più parole mancano dalla frase,
e in in un luogo (f. 74r) addirittura un
riga intera viene lasciata in bianco (ma
questa è la lacuna comune alla fine
del § 19 della pro Rabirio Perduellionis
Reo che quindi il copista trovava nell'esemplare).
Inoltre, all'inizio della pro Roscio
Comoedo si ha una nota marginale in
cui si dice "In exemplari desunt
dua folia quae fuerant abcisa"
(f. 75v); e alla fine "deest reliquum"
(f. 80v). L'orazione, come si sa, è
mutila; ma questo si annota per sottolineare
l'acribia dello scriptor.
A tutto ciò va aggiunto che alla
pro Flacco il Burgess 48 presenta
la solita lacuna dal § [5] ....communem
conservandam salutem * * * , al §
[6] Hunc igitur virum .... (ff. 167r167v).
Come anche la lacuna comune della pro
Roscio Amerino alla fine del [132] e
l'inizio del [133] viene annotata a margine
dall'espressione "desunt ut in antiquissimo
codice", di altra mano (f. 232v).
Le
singole lettere. Per quanto riguarda
le singole lettere, vanno notate in particolar
modo, la 'g' minuscola con l'occhiello della
coda ben congiunto ed aperto, ma non sempre:
spesso (e non solo nei primi ff.) troviamo
una ' g ' molto diversa la seconda
qui sotto riprodotta viene dal f. 121v,
e si trova accanto ad altre ben formate,
come la prima. La ' M ' maiuscola aperta,
e la minuscola con l'ultimo trattino quasi
a forma di ' 2 '. La ' H ' maiuscola umanistica
(ma anche, frequentemente, quella di tipo
onciale), come anche la minuscola che è
quasi sempre dello stesso tipo onciale.
La ' e' finale ha sempre un ciglio, come
anche il trattino superiore della ' r '
finale e quello della ' t ' finale sono
prolungati e spesso vagamente ondulati.
La ' F ' maiuscola ha l'asta superiore a
ricciolo e al d'insù. Molte delle
' Q ' maiuscole hanno il corpo della ' o
' minuscola e l'asta lunga sotto la riga
ed alquanto ascendente alla fine. Va notata
anche la ' x ' minuscola con il suo caratteristico
taglio da destra a sinistra spesso assai
prolungato a sinistra sotto la riga, come
l'ex qui sotto.
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Va
detto che all'uso frequente dell' H tonda
che sopra abbiamo chiamato di tipo
onciale nel manoscritto troviamo,
ad alta frequenza, le maiuscole di tipo
tondo,G, P, R, e con minor frequenza la
E:
La
legatura del nesso ' st ' è normale
e costante, ma lo stesso ragionamento che
si è fatto sopra per la ' g ' è
anche valido per il nesso ' ct '. In particolar
modo nei primi ff. la legatura del nesso
è inesistente, mentre in seguito
in molte occorrenze troviamo il nesso ampio e ben
legato, come mostra l'esempio centrale qui
sotto, ed altre volte no.
L'interpunzione.
L'interpunzione è regolare. Si adoperano
i due punti, di solito per la pausa media,
ma spesso
anche per quella breve; la parentesi tonda,
il punto fermo e il punto interrogativo.
Inoltre si usa anche un leggero segno a
forma di barra (la virgula) che parte
all'altezza del corpo e si abbassa per circa
¾ per indicare la pausa breve. (Quod
si aut causa criminis / aut
facti suspicio / aut
qaelibet denique vel minima res reperiatur:
quam ob rem videantur illi...
f. 121v).
I
compendi. Nel Burgess 48 si usano i
compendi più comuni. Non ve ne sono
molti, ma certamente moltssimi di più
che non ve ne siano, per esempio, nello
Spencer 27 e nello Spencer 30
della Biblioteca Pubblica di New York che
de la Mare ritiene scritti da Giovanfrancesco
possibilmente entro gli anni "late
1460's1470's (mostly early 1470's)"
11.
Ormai il Marzi ha raffinato la sua grafia
che, nell'aspetto generale, è ben
lontana da quella del nostro manoscritto.
Tra le abbreviazioni che si ripetono con
maggior frequenza, si trovano la doppia
"pp" con il taglio orizzontale
sulle aste per indicare propter ;
la comunissima lineetta sopra la vocale
per la "n" o la "m"
(in particolar modo nell'accusativo singolare);
eppoi oltre al quod, per, pro,
etc. abbiamo i soliti compendi per
le finali -ur, -bus, -que (q; q,),
e -rum.
Il compendio -rum è nella
forma del numero 2 con la base elongata
e tagliata da un'asta perpendicolare oppure
obliqua, quest'ultima di solito lunga ed
inclinata a sinistra sotto la riga.
È
interessante notare che nei primi fogli
del manoscritto l'enclitica -que,
come sopra accennato nella parentesi, viene
abbreviata dalla "q" seguita da
un 'punto e virgola' ( q ;
), mentre nei ff. successivi è seguita
dalla sola ' virgola' ( q , ).
Simboli
e ortografia. Nel manoscritto non si
usa la nota tironiana ( 7 ), ma si adopera
sempre il simbolo "&" con
il valore di "et". Alcune
rarissime volte la particella "et"
non è compendiata, ma viene scritta
per esteso ( fol. 221v). Va inoltre notato
che vi sono solamente pochissime occorrenze
in cui il segno "&" si trova
nel folio in posizione eretta. La maggior
parte delle volte viene scritto con forte
inclinazione di circa 45o verso
destra, come se si appoggiasse alla parola
che segue. I seguenti esempi vengono entrambi
dal primo folio (1r).
Anche
il segno tachigrafico " 9 " con
valore di cum non si trova quasi
mai nel manoscritto. I dittonghi "",
"æ" sono religiosamente rispettati,
eppure nel testo non si scrivono mai per
esteso ma quasi sempre in compendio con
l'ogonek sotto la "e",
cioè una "e" con la cediglia
rivolta a destra ("ę"). Un'
eccezione, però, la troviamo proprio
a fol. 1 in cui la cediglia è rivolta
a sinistra; e questo sembra essere di preferenza
nei mss. degli anni '60 e oltre.
La
grafia del "mihi" e del "nihil"
è quella corretta, cioè senza
la " c". Le "i" hanno
quasi sempre sopra di sé un trattino
leggermente scritto e a forma di accento
acuto; mentre sopra la "y" vi
è quasi sempre un punto ben visibile
( ý ).
Note marginali. Oltre a quelle già
notate di cui si ricorderà
il vetustissimo exemplari del f.
47v per il suo importante riferimento al
codex da cui lo scriptor stava copiando
nel manoscritto vi sono poche note
marginali. Vi si trovano alcune correzioni,
qualche variante e qualche aggiunta, qualche
espunsione. Di solito queste vengono indicate
nel margine con due virgolette ( ' ' ),
o con i due punti orizzontali ( ··
): si vedano i fols. 14r, 15r, 27r 31v ...
A 27r si ha una variante: nel testo
occidendi e nel margine necandi;
come anche a 31v dove nel testo si ha terrorem,
e nel margine la variante tortorem
che è la lezione corretta (Nihil
ad tortorem). Il segno ω
tagliato diagonalmente al centro da una
linea a forma di "p" viene adoperato
diverse volte (ne ho contate più
di una dozzina) per indicare che è
la fine di un paragrafo, e che quindi l'iniziale
del paragrafo che segue va messa al di fuori
dello specchio dello scritto, nello spazio
dei 6mm riservato, come si è detto
sopra, a tale scopo. Altre poche note marginali
sono dei commenti, come narratio
a f. 81, e a f. 239v Arretium colonia
p. r. Nel f. 107v, in alto, vi
è un commento in greco che dice:
προσωποπηϊα
καλλίςη
e in basso semplicemente
προσωποπηϊα
.
Non
sappiamo dire se sia della stessa mano che
scrive, ma sembra scritto con lo stesso
inchiostro. Infine, a f. 1r, vi è
una nota d'un lettore del Seicento, praticamente
illeggibile ad occhio nudo, che dice: deficit,
e si riferisce ad una lacuna nel testo di
una ventina di parole12
Data
di composizione. Ora, se si è
colto nel segno nell'indicare la mano del
nostro codice in direzione di Giovanfrancesco
Marzi da San Gimignano, e tenendo presente
le date e le caratteristiche dei vari manoscritti
attribuiti al Marzi, bisognerà collocare
il Burgess 48 tra i primissimi lavori di
Giovanfrancesco, quelli cioè che
appartengono al primo gruppo stabilito da
Albina de la Mare entro il tardo 1450 e
il tardo 1460 e che hanno i richiami scritti
verticalmente come il nostro manoscritto13
. C'è da aggiungere inoltre
che l'aspetto generale della grafia del
Burgess 48 è ancora nella prima fase
del suo sviluppo di perfezionamento.
Se
queste date sono plausibili, il Burgess
sarebbe anche uno tra i primi lavori di
Francesco di Antonio, il quale nel 1456,
all'età di 23 anni, aveva già
miniato il Petrarca della Biblioteca Nazionale
di Parigi; e ancora più giovane,
aveva prodotto le miniature del pluteo 66,.22
della Biblioteca Laurenziana, del quale
si è accennato sopra, datato 1455.
Varrà inoltre la pena ricordare le
date di due altre sue opere giovanili in
collaborazione con Zanobi Strozzi: il Libro
d'Ore della Biblioteca Riccardiana MS. 457,
e il Libro d'Ore della Vendita Sotheby (Londra,
7 dicembre 1982, lot 90), collocati rispettivamente
dalla Garzelli "intorno al 1455",
e "fra il 1450 e il 1455"14.
Quindi, considerando quanto si è
detto sopra riguardo alla forma generale
del disegno del fol. 1r, che ci rimanda
senza dubbio ad un giovane artista che produce
una decorazione simile agli esempi contemporanei
che escono dalla bottega del Corelli, sembrerebbe
ragionevole collocare il Burgess 48 entro
gli ultimi anni del quinto decennio
vicino cioè alla data del manoscritto
acquistato da Bernardo Bembo che, come si
è detto sopra, è ante-1458.
Se così è, bisognerà
convenire che tra lavori di grande impegno
come quelli qui sopra notati, troviamo
un Francesco che
produce anche un'opera "minore",
eppure squisita come è quella del
fondo Burgess.
Provenienza.
Di provenienza fiorentina, il MS. Burgess
48 era stato acquistato dalla signora Julia
Burgess nel 1939
dalla rinomata Goodspeed's Bookshop di Boston
(Massachusetts) e donato alla University
of Oregon, dove la Burgess era professoressa
d'inglese. La Libreria Goodspeed lo aveva
comperato nel 1937 dal patrimonio di Edward
Perry Warren15.
E qui si perdono le tracce.
APPENDICE
.
Contenuto
| 1r-7v |
M.
Tullii Ciceronis De Lege Maniliana
Oratio ad Quirites incipit feliciter
|
| |
inc |
Quamquam
mihi semper frequens ... |
| |
ex |
...
atque meis omnibus et rationibus pręferre
oportere |
| 7v-11r
|
M.
Tulli Ciceronis Pro A. Licinio Poeta
Oratio incipit ad indices |
|
inc |
Si
quid est in me ingenii... |
|
ex |
...
qui iudicium exercet certo scio |
| 11r-14v |
M.
Tullii Ciceronis Oratio in Catilinam
incipit habita in senatu |
|
inc |
Quousque
tandem abutere... |
|
ex |
...æternis
suppliciis vivos mortuosque mactabis.
|
| 14v-17v |
M.
Tullii Ciceronis in Catilinam
Oratio incipit ad Quirites Secunda |
|
inc |
Tandem
aliquando Quirites Catilinam furentem... |
|
ex |
...a
perditissimorum civium nefario scelere
defendant. |
| 17v-20v |
M.
Tul. Ciceronis in L. Catilinam ad
populum incipit |
|
inc |
Remp[ublicam]
Quir[ites]
vitamque omnium vestrum... |
|
ex |
...atque
ut in perpetua pace esse possitis providebo
Quirites. |
| 21r-23v |
In
Catilinam Invectiva incipit |
|
inc |
Video
patres Con[scripti] in
me omnium ora... |
|
ex |
...quoad
vivet defendere et per se ipsum pręstare
possit. |
| 24r-24v |
Cris.
Salustii Invectiva in M. Tul. Ciceronem
incipit [spurious] |
|
inc |
Graviter
et iniquo animo maledicta tua paterer... |
|
ex |
...neque
in hac neque in illa parte fidem habens.
|
| 24v-26v |
M.
Tullii Ciceronis Oratio in Crispum Salustium
incipit [spurious] |
|
inc |
Ea
demum magna voluptas est... |
|
ex |
...sed
ut ea dicam siqua ego honeste effari
possum. |
| 26v-36v |
M.
Tulii Ciceronis pro T. Annio Milone
Oratio incipit |
|
inc |
Etsi
vereor iudices ne turpe sit... |
|
ex |
...qui
in iudicibus legendis optimum et sapientissimum
quenque delegit |
| 36v-47v |
M.
Tulii Ciceronis pro Cn. Plancio
Oratio incipit |
|
inc |
Cum
propter egregiam et singularem... |
|
ex |
...quas
pro me sępe
et multum profudistis. |
| 47v-56v |
M.
Tullii Ciceronis pro P. Sylla Oratio
ad iudices incipit feliciter |
|
inc |
Maxime
vellem Iudices ut... |
|
ex |
.
...a vobis crudelitatis famam repellamus.
|
| 56v-67v |
M.
Tullii Ciceronis pro A. Cecinna
Oratio incipit |
|
inc |
Si
quantum in agro locisque... |
|
ex |
.
...quid ratio interdicti de iure admoneant
ut iudicetis. |
| 67v-72r |
M.
Tullii Ciceronis pro Rabirio Posthumo
Oratio ad iudices incipit |
|
inc |
Siquis
est iud<ices> qui... |
|
ex |
...nisi
unius amici opes subvenissent. |
| 72r-75v |
M.
Tullii Cicero pro C. Rabirio Purdellione(?)Oratio
ad Quirites incipit |
|
inc |
Etsi
Quirites non est... |
|
ex |
...quod
in clivo capitolino improborum civium.
|
| 75v-80v |
M.
Tullii Ciceronis Oratio pro Roscio
Comoedo |
|
inc |
[****]...malitiam
naturę crederetur... |
|
ex |
...hoc
est Roscio debebat. [****] |
| 81r-84r |
M.
Tulii Ciceronis pro Q. Ligario
Oratio ad cesarem incipit |
|
inc |
Novum crimen C. Cęsar... |
|
ex |
...pręsentibus
his omnibus te daturum |
| 84v-89r |
M.
Tullii Ciceronis in Vatinium
testem Oratio incipit |
|
inc |
Si
tua tantummodo Vatini... |
|
ex |
...nequid
tibi auctoritatis meę dimminutum
esse videatur. |
|