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Le
concordanze liviane ci indicano che il sintagma conserto proelio
è di minima frequenza negli Ab Urbe condita1.
Tale nesso infatti si riscontra solamente due volte in questa
forma. L'occorrenza che qui ci interessa ha luogo nel quarto capitolo
del XXI libro, in cui Livio prende a descrivere il carattere di
Annibale. Benché lo storico romano s'intrattenga piuttosto
raramente nel descrivere il carattere dei suoi personaggi2,
egli
qui impiega un capitolo intero per delineare le virtù e
i vizi del generale cartaginese. Tra le virtù Annibale
possiede anche quella di essere il primo ad andare alla battaglia
e l'ultimo a partirsi da quella. L'edizione oxoniense3
della Terza Decade legge così:
equitum
peditumque idem longe primus erat:
princeps in proelium ibat,
ultimus conserto proelio excedebat.
Il
passso può essere reso in italiano come segue:
Dei
cavalieri e fanti era di gran lunga sempre il primo;
era il primo ad andare alla battaglia
e, quella cominciata, l'ultimo a partire.
Ora,
se a questa traduzione accostiamo quella del volgarizzatore trecentesco
della Terza Decade che «lavorò all'ombra del Petrarca»,
e che il Billanovich ha identificato nel Boccaccio4,
noteremo un divario immenso nella versione del sintagma conserto
proelio che qui ci interessa. Ecco la versione del
Boccaccio:
Di
gran lunga era sempre il primo di cavalieri e di pedoni;
egli andava nella battaglia primo,
e, quella finita, era l'ultimo chessi partiva.5
È
chiaro che dal liviano conserto proelio alla traduzione
del Boccaccio «quella finita» non solo il salto è
immenso, ma in un certo senso anche inconcepibile, poiché
si passa da un campo semantico al suo opposto: da quello nel cui
settore si organizza ed articola il concetto di 'inizio', a quello
in cui si articola ed organizza il concetto di 'fine'.
Il
brano latino, così com'è al di là della sua
chiara linearità stilistica e semplicità classica,
sembra celare un grosso problema sul piano logico del significato.
Ci si potrebbe chiedere, infatti, come sia mai possibile che un
generale come Annibale, pieno di virtù guerriere, parta
dalla battaglia una volta che questa è iniziata. Eppoi,
che senso ha il dire che Annibale, "essendo la battaglia
iniziata, era l'ultimo a partire"? Se così fosse stato,
nessuno di certo sarebbe rimasto in campo a combattere la battaglia.
Infatti, se egli era l'ultimo a partire, è ovvio che gli
altricavalieri e fantierano partiti prima di lui!
D'altra
parte, se è vero che la lezione latina di cui sopra può
considerarsi come portatrice di una palese incongruenza semenatica
nel contesto in cui essa appare, è altrettanto vero che
l'espressione nella traduzione del Boccaccio ha il merito di rendere
quel contesto chiaro e logico nel suo significato. In base a ciò
è certamente difficile pensare che il Boccaccio avesse
davanti a sé un codice che presentava in questo passo una
corruttela o, magari, che egli leggesse male il passo stesso.
D'altronde, che siamo di fronte ad una corruttela sembra abbastanza
ovvio; e non so fino a che punto si possa opinare che essa sia
da ritenersi nei codici adibiti per le varie lezioni moderne,
inclusa quella citata e quelle sopra ricordate. Del resto sola
una collazione sicura dei codici di quel gruppo che deriva dalla
restaurazione della Terza Decade da parte del Petrarcauno
dei cui testi fu maneggiato dal Boccaccio per la sua traduzione6
potrebbe dare risultati sicuri. Certo è che un'operazione
inversa, cioè una ritraduzione al latino della versione
italiana del Boccaccio, ed in particolare dell'espressione "quella
finita", ci darebbe senzaltro "confecto proelio".
Mi
affretterò a dire che la lezione confecto proelio
si trova in un passo de L'anticrusca di Paolo Beni,7
in cui l'esperto classicista e polemista anticruscante, impegnato
com'era in questa parte della sua opera a celebrare l'eleganza
e la chiarezza di uno scrittore moderno come il Guicciardinie
proprio a discapito di uno scrittore antico come il Boccaccioparagona
lo stile dello storico fiorentino allo stile di Livio (e di Sallustio),8
trascrivendo parte del quarto capitolo del XXI libro degli ab
Urbe condita e mettendolo a confronto con la descrizione di
Alessabdro VI da parte del Guicciardini.9
La
corrispondenza esatta della ritraduzione al latino dell'espressione
italiana del Boccaccio con la lezione che ci ha tramandato il
Beninonostante il fatto che alla fine del Cinquecento un
testo come quello di Livio si trovasse emendato e corretto in
più luoghi10
basterà per rassicurarci che il codice dal quale il Boccaccio
tradusse leggeva, appunto, confecto proelio.
Vero
è che dalla lezione "confecto" alla lezione
"conserto" il passo è brevissimo e quanto
mai emplice. Si tratta cioè di un comune errore di scambio
di lettere: la "f" è stata confusa e presa
erroneamente per una "s" lunga e quindiforse
necessariamente, e/o automaticamentela "c"
è diventta una "r".
Concludendo
si dirà pertanto che la lezione confecto, che qui
viene proposta come genuina, in base al principio che si può
denominare della "lectio contextualis", sorretta
com' è dalla testimonianza della traduzione del Boccaccio
e suffragata dalla citazione del Beni, dovrà senz'altro
essere vagliata alla luce dei vari codici pliniani per essere
autenticata come tale. E questo rimane compito del futuro editore
della Terza Decade.
©
Gino Casagrande
22gennaio2005
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