A questo punto
si hanno elementi sufficienti per tornare alle due opere, cioè alle
Stanze e al Cortegiano, per vedere se anche in queste si trova quello
stretto legame tra macrocosmo e microcosmo.
Nelle Stanze del
Poliziano, dopo l'introduzione che pone sulla scena personaggi storici, l'inizio
ci mostra una interessante trasmutazione poetica. Il Poliziano trasmuta Iulio,
egli non è piú il personaggio storico celebrato nelle sette stanze iniziali. Ora
l'ambiente diventa un paesaggio naturale, e perciò il protagonista Iulio diventa
una specie di divinità silvana, quasi indistinguibile dallo splendore della sua
giovinezza, quando ancora i segni della maturità non sono apparsi nel suo volto,
eccetto lo spuntare della prima lanuggine. A questo punto egli è dominatore
della natura in cui vive perché ancora egli è assolutamente assente dell'amore,
cioè dell'amore come prelusione nel senso che chi ama va al di fuori si
sé:
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Nel vago tempo di sua verde etate,
spargendo ancor
pel volto il primo fiore,
né avendo il bel Iulio ancor provate
le dolce
acerbe cure che dà Amore,
viveasi lieto in pace e 'n libertate;
talor
frenando un gentil corridore,
che gloria fu de' ciciliani armenti,
con
esso a correr contendea co' venti:
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ora a guisa saltar di
leopardo,
or destro fea rotarlo in breve giro;
or fea ronzar per l'aere un
lento dardo,
dando sovente a fere agro martiro;
né pensando al suo fato
acerbo e diro,
né certo ancor dei suoi futuri pianti,
solea gabbarsi
delli afflitti amanti.
Ma si ha anche un altro elemento nella descrizione della figura
di Iulio. Infatti egli è anche poeta, alla sera, dopo aver vissuto tutto il
giorno nei boschi. E pertanto egli si gode e di Diana ed anche delle Muse; cioè
egli è e cacciatore e poeta:
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Ah quante ninfe per lui sospirorno!
Ma fu sì altero
sempre il giovinetto,
che mai le ninfe amanti nol piegorno,
mai poté
riscaldarsi il freddo petto.
Facea sovente pe' boschi soggiorno,
inculto
sempre e rigido in aspetto;
e 'l volto difendea dal solar raggio,
con
ghirlanda di pino o verde faggio:
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poi, quando già nel ciel
parean le stelle,
tutto gioioso a sua magion tornava;
e 'n compagnia delle
nove sorelle
celesti versi con disio cantava,
e d'antica virtù mille
fiammelle
co gli alti carmi ne' petti destava:
così, chiamando amor
lascivia umana,
si godea con le Muse e con Diana.
Quindi, compiuto il ritratto di Iulio, il Poliziano ci presenta
il protagonista del suo poema non più come personaggio storico, ma come una
divinità silvana (ed in questo senso vediamo ancora lo stretto contatto
dell'uomo con la natura), una specie di dio campestre che vive e opera come
cacciatore in stretta comunione con la natura disdegnando l'amore. E
nell'invettiva contro l'amore, l'elemento essenziale è che l'amore deve essere
disprezzato perché priva l'uomo della libertà. Pertanto abbiamo un'invettiva
ironica. Infatti se Iulio vedeva errare in quel cieco labirinto che è l'amore un
amante miserabile con l'emblema della pietà segnato sulla sua faccia, vedendolo
seguire le tracce della donna da lui amata, tutto preso nelle catene crudeli
d'amore, "l'assaliva" con parole forti contro l'Amore:
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E se talor nel céco labirinto
errar vedea un
miserello amante,
di dolor carco, di pietà dipinto,
seguir della nemica
sua le piante,
e dove Amor il cor li avesse avinto,
lì pascer l'alma di
dua luci sante
preso nelle amorose crudel gogne,
sì l'assaliva con agre
rampogne:
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«Scuoti, meschin, del petto il céco errore,
ch'a
te stessi te fura, ad altrui porge;
non nudrir di lusinghe un van
furore,
che di pigra lascivia e d'ozio sorge.
Costui che 'l vulgo chiama
Amore
è dolce insania a chi più acuto scorge:
sì bel titol d'Amore ha
dato il mondo
a una céca peste, a un mal giocondo.
Veramente meschino è l'uomo che si priva della propria volontà e
che si spoglia della propria libertà per la donna, perché questa è sempre più
leggiera d'una foglia scossa dal vento, seguendo chi la fugge e nascondendosi a
chi di lei desidera:
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Ah quanto è uom meschin, che cangia voglia
per
donna, o mai per lei s'allegra o dole;
e qual per lei di libertà si spoglia
o crede a suoi sembianti, a sue parole!
Ché sempre è più leggier ch'al
vento foglia,
e mille volte el dì vuole e disvuole:
segue chi fugge, a chi
la vuol s'asconde,
e vanne e vien, come alla riva l'onde.
La giovane donna può essere paragonata a uno scoglio appuntito
che è sotto l'acqua, o ad un giovane serpente che si annidia tra i fiori. Tra
tutti gli uomini miseri, il più misero è colui che può sopportare le insidie
della donna velenosa. E con questi inganni e insidie che si celano nel cuore
della donna, il dio d'amore prende gli occhi del giovane amante togliendogli
ogni pensiero virile. E colui che cade nell'esca non si cura più della propria
libertà, il suo cuore è ripieno del liquido dell'oblio, o Leté, e Amore lo ha
spogliato del senso del proprio valore.
15
Giovane donna sembra veramente
quasi sotto un bel
mare acuto scoglio,
o ver tra fiori un giovincel serpente
uscito pur mo'
fuor del vecchio scoglio.
Ah quanto è fra' più miseri dolente
chi può
soffrir di donna il fero orgoglio!
Ché quanto ha il volto più di biltà
pieno,
più cela inganni nel fallace seno.
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Con essi gli
occhi giovenili invesca
Amor, ch'ogni pensier maschio vi fura;
e quale un
tratto ingoza la dolce esca
mai di sua propria libertà non cura;
ma, come
se pur Lete Amor vi mesca,
tosto obliate vostra alta natura;
né poi viril
pensiero in voi germoglia,
sì del proprio valor costui vi spoglia.
Pertanto attraverso questa invettiva si delinea la figura del
protagonista divinità campestre, la cui ultima aspirazione è quella di
contemplare ed agire nella natura fra le bestie selvagge:
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Quanto è più dolce, quanto più securo
seguir le
fere fugitive in caccia
fra boschi antichi fuor di fossa o muro,
e spiar
lor covil per lunga traccia!
Veder la valle e 'l colle e l'aer più
puro,
l'erbe e' fior, l'acqua viva chiara e ghiaccia!
Udir li augei
svernar, rimbombar l'onde,
e dolce al vento mormorar le fronde!
L'invettiva contro Amore continua per altre quattro ottave, e si
chiude con il ricordo dell'età dell'oro, quando le antiche genti erano felici
tra la fecondità della natura.