Nel poema del
Poliziano, si ricorderà che alla fine dell'episodio della caccia Iulio ci appare
come un dio terreno, padrone assoluto ed insuperabile ed autosufficiente. Ma è
proprio a questo momento che egli incontra la sua prima limitazione nella forma
di una bellissima cerva; una cerva speciale, creata dal dio dell'Amore, perché
attraverso essa la fiamma dell'amore può entrare nel cuore del protagonista. Si
assiste così alla parte che conduce allo sviluppo centrale del poema. La cerva
quindi rappresenta la prima limitazione che si presenta al
protagonista:
33
Ah quanto a mirar Iulio è fera cosa
romper la via dove più 'l bosco è
folto
per trar di macchia la bestia crucciosa,
con verde ramo intorno al
capo avolto,
colla chioma arruffata e polverosa,
e d'onesto sudor bagnato
il volto!
Ivi consiglio a sua fera vendetta
prese Amor, che ben loco e
tempo aspetta;
34
e con sua man di leve aier compose
l'imagin d'una
fera altera e bella:
con alta fronte, con corna ramose,
candida tutta,
leggiadretta e snella.
E come tra le fere paventose
al gioven cacciator
s'offerse quella,
lieto spronò il destrier per lei seguire,
pensando in
brieve darli agro martire.
La parola
"candida" ha una certa connotazione di valore spirituale, ed è un aggettivo che
ricorre molto di frequente nel poema del Poliziano. Per il protagonista è
proprio la candida cerva che rappresenta la sua prima limitazione. Iulio si
mette ad inseguire la cerva, ma questa fugge; è qualcosa di inafferrabile ed il
protagonista non è più insuperabile ed invincibile. Questo genera in lui
stanchezza e rabbia; e il poeta ce lo compara a Tantalo: Tantalo, secondo il
mito, era condannato a restare immerso nello Stige, soffrendo la fame e la sete,
poiché vedeva l'acqua salire fino alle sue labbra e protendersi verso di lui un
ramo pieno di frutti, ma poi volendo assaggiare e l'acqua e la frutta, tutto gli
si allontanava. Stanco quindi, Iulio giunge in un prato fiorito, e qui la cerva
sparisce e una bellissima donzella gli appare al suo posto. Sembra quindi che
qui avvenga un radicale mutamento, ma non è così, si tratta invece di una facile
e tranquilla transizione, infatti anche la ninfa è candida:
37
Era già drieto alla sua desianza
gran tratta da' compagni
allontanato,
né pur d'un passo ancor la preda avanza,
e già tutto el
destrier sente affannato;
ma pur seguendo sua vana speranza,
pervenne in
un fiorito e verde prato:
ivi sotto un vel candido li apparve
lieta una
ninfa, e via la fera sparve
Ed infatti
anche poco dopo nella breve descrizione delle bellezze della ninfa il poeta
userà, per due volte nello stesso verso, l'epiteto candida, in posizione
enfatica e proprio all'inizio dell'ottava:
43
Candida è ella, e candida è la veste,
ma pur di rose e fior dipinta e
d'erba;
lo inanellato crin dall'aurea testa
scende in la fronte umilmente
superba.
Rideli a torno tutta la foresta,
e quanto può suo cure
disacerba;
nell'atto regalmente è mansueta,
e pur col ciglio le tempeste
acqueta.
Si è detto che
il mutamento dalla cerva alla bella ninfa non è radicale; invece il mutamento
radicale avviene nel cuore del protagonista, con l'amore, ora che egli è
dominato; e il dardo di Cupido colpisce Iulio dentro il suo cuore:
40
Tosto Cupido entro a' begli occhi ascoso,
al nervo adatta del suo stral
la cocca,
poi tira quel col braccio poderoso,
tal che raggiunge e l'una e
l'altra cocca;
la man sinistra con l'oro focoso,
la destra poppa colla
corda tocca:
né pria per l'aer ronzando esce 'l quadrello,
che Iulio
dentro al cor sentito ha quello.
Iulio, prima
invincibile e insuperabile, ed ora invece franto e vinto dalla bellezza della
ninfa. E qui si ha la descrizione di questo suo radicale mutamento
41
Ahi qual divenne! ah come al giovinetto
corse il gran foco in tutte le
midolle!
che tremito gli scosse il cor nel petto!
d'un ghiacciato sudor
tutto era molle;
e fatto ghiotto del suo dolce aspetto,
giammai li occhi
da li occhi levar puolle;
ma tutto preso dal vago splendore,
non s'accorge
el meschin che quivi è Amore.
42 Non s'accorge che Amor lì drento è armato
per sol turbar lo suo lunga quiete;
non s'accorge a che nodo è già
legato,
non conosce suo piaghe ancor segrete;
di piacer, di desir tutto è
invescato,
e così il cacciator preso è alla rete.
Le braccia fra sé loda e
'l viso e 'l crino,
e in lei discerne un non so che divino.
E così è,
perché, come ci dice il Ficino, sia pure in maniera vaga al principio, in fondo
si cerca, senza saperlo, l'amore della bellezza divina che è in tutte le
cose:
L'impeto dello Amatore non si spegne per aspetto o tatto di corpo alcuno: perché egli non desidera questo corpo o quello ma desidera lo splendore della maiestà superna, reflugente ne' corpi e di questo si maraviglia. Per la qual cosa gli amanti non sanno quello si desiderino o cerchino, perché ei non conoscono Dio lo occulto sapore del quale messe nelle opere, un dolcissimo odore di sé, per il quale odore tutto dì siamo incitati. Et sentiamo questo odore. Ma non sentiamo il sapore. Conciosia adunque che noi allettati per il manifesto odore, appetiamo il sapore nascosto, meritamente non sappiamo che cosa sia quello che noi desideriamo. Ancora di qui sempre adviene che gli Amanti hanno timore e riverenzia dello aspetto della persona amata... Certamente non è cosa umana quella che gli spaventa, occupa e frange... Ma quel fulgore della divinità, che risplende nel corpo bello, costringe li amanti a maravigliarsi, tenere, e venerare detta persona, come una statua di Dio.
(Sopra lo Amore, II vi)
La figura della
ninfa apparsa al protagonista viene descritta in tutte le sue parti:
esteriormente e interiormente. È una descrizione che, per quanto basata su tutta
la tradizione, ha elementi di ambiguità, poiché l'autore dà a quella figura
qualità umane e qualità divine, preparandoci così allo sviluppo ulteriore
dell'episodio stesso. Come si è visto nella stanza 43, la candidezza,
accompagnata dai vari colori, è la parola importante. La struttura di quella
stanza, come anche di quelle senguenti, è una serie di immagini, ciascuna
contenuta esattamente in due versi. La dolcezza serena, contrapposta alla
acerbezza della foresta, indica un aspetto regale ed allo stesso tempo mansueto
e pacifico; e pertanto vi è una descrizione di pace e di bellezza
eterna:
44
Folgoron gli occhi d'un dolce sereno,
ove sue face tien Cupido
ascose;
l'aier d'intorno si fa tutto ameno
ovunque gira le luce
amorose.
Di celeste letizia il volto ha pieno,
dolce dipinto di ligustri e
rose;
ogni aura tace al suo parlar divino,
e canta ogni augelletto in suo
latino.
Il ricorrere di
questi nomi e aggettivi fanno accompagnare nella mente del lettore bellezza
spirituale e bellezza materiale. E poi questa bella figura è accompagnata da una
nobiltà umile, gentile ed onesta (e si ricordi il sonetto di Dante «Tanto
gentile e tanto onesta pare»). Abbiamo quindi variazioni di Dante, motivi e
stilemi cari al Petrarca e agli stilnovisti:
45
Con lei sen ven Onestate umile e piana
che d'ogni chiuso cor volge la
chiave;
con lei va Gentilezza in vista umana,
e da lei impara il dolce
andar soave.
Non può mirarli in viso alma villana,
se pria di suo fallir
doglia non have;
tanti cori Amor piglia fere o ancide,
quanto ella o dolce
parla o dolce ride.
Dopo la
descrizione e dopo che il poeta l'ha comparata alle belle dee dell'antichità
classica (Talia, Minerva, Diana), vediamo la ninfa in azione, nell'atto
d'intrecciare una ghirlanda fatta di fiori:
47
Ell'era assisa sovra la verdura,
allegra, e ghirlandetta avea
contesta
di quanti fior crescessi mai natura,
de' quai tutta dipinta era
sua vesta.
E come prima al gioven pose cura,
alquanto paurosa alzò la
testa;
poi con la bianca man ripreso il lembo,
levossi in piè con di fior
pieno un grembo.
La ninfa,
appena apparsa sembra partire, e il protagonista deve chiedere chi ella sia; per
rappresentare che quel sapere che si racchiude nelle cose deve essere
investigato e cercato, e l'investigazione deve essere fatta con una preghiera
umile d'amore. Il protagonista vuole vedere la verità interiore, e la sua
preghiera, le sua parole alla ninfa saranno mosse dal timore umile di chi non si
sente più ivincibile ed insuperabile ed autosufficiente:
49
«O qual che tu ti sia, vergin sovrana,
o ninfa o dea, ma dea m'assembri
certo;
se dea, forse sei tu la mia Diana;
se pur mortal, chi tu sia fammi
certo,
ché tua sembianza è fuor di guisa umana;
né so già io qual sia
tanto mio merto,
qual del cel grazia, qual sì amica stella,
ch'io degno
sia veder cosa sì bella».
La ninfa si
rivela, e questo suo rivelarsi si muove lungo una linea concettuale che
terminerà in un qualcosa estremamente significativo. Si può dire che abbiamo una
rivelazione per gradi che ascendono sempre e sempre di più. La "ninfa" dirà, io
non sono ninfa, sono una donna mortale, coniugata e nativa dell'aspra Liguria
(st. 51).
Qui il poema
sembra ritornare al suo inizio, alla città di Firenze, dove si celebravano due
personaggi storici, cioè Lorenzo e Giuliano. Si torna qui alla situazione
storica, perché si comprende che la ninfa altri non è se non Simonetta Cattaneo,
nata nella Liguria, ma venuta a Firenze e andata sposa a Marco Vespucci, nobile
fiorentino; la quale visse a Firenze e che sembra Giuliano avesse corteggiato.
Fu cantata anche da Lorenzo de' Medici e da altri poeti. Ne dipinsero le
fattezze pittori come il Ghirlandaio, il Pollaiuolo e il Botticelli. Simonetta
morì giovanissima a Firenze nel 1476.
Quindi la ninfa
non solo è creatura umana, ma addirittura personaggio storico. Eppure, subito
dopo, cioè con la seguente stanza, ci si allontana almeno in un certo senso
dalla situazione storica:
52
Sovente in questo loco mi diporto,
qui vegno a soggiornar tutta
soletta;
questo è de' miei pensier un dolce porto,
qui l'erba e' fior, qui
il fresco aier m'alletta;
quinci il tornar a mia magione è accorto,
qui
lieta mi dimoro Simonetta,
all'ombre, a qualche chiara e fresca linfa,
e
spesso in compagnia d'alcuna ninfa.
Ma la
rivelazione continua e sempre e sempre di più apprendiamo di lei. Essa dice di
andare nelle chiese della città insieme alle altre donne. Pertanto il
protagonista sa ora di avere di fronte ai suoi occhi una donna terrestre. Eppure
Simonetta gli dice di non meravigliarsi della sua bellezza:
53
..........................................
meraviglia di mie bellezze
tenere
non prender già, ch'io nacqui in grembo a Venere.
Quindi si
potrebbe dire che questa ninfa ha una bellezza di tipo divino, poiché essa
deriva dalla dea della bellezza. Ma, come si sa, per Venere deve intendersi la
bellezza; e la bellezza è il manifestarsi dell'amore divino; cioè la bellezza
deriva dall'alto.
Ed ora la
rivelazione si muove al grado ultimo lungo una linea di grande aspettazione.
Intanto sta per scendere la notte ed il venire dell'oscurità, e pertanto la fine
di qualche cosa, e Simonetta così termina le sue parole a Iulio:
54
«Or poi ch 'l sol sue ruote in basso cala,
e da questi arbor cade maggior
l'ombra,
già cede al grillo la stanca cicala,
già 'l rozzo zappator del
campo sgombra,
e già dell'alte ville il fumo essala,
la villanella all'uom
suo el desco ingombra;
omai riprenderò mia via più accorta,
e tu lieto
ritorna alla tua scorta».
Simonetta,
quindi, nel concludere il suo discorso, annuncia la sua partenza, congedandosi
ed incitando il protagonista di tornare ai compagni in letizia e gioia. In
realtà sembra strano che la protagonista nel dipartirsi inciti Iulio ad essere
lieto. Ma questo qui è ad indicare qualcosa di bello che sta per
avvenire.
E l'immagine di
quella bella figura vestita di candida veste si allontana con passi lenti. Ma
mentre ciò accade, la natura così bella e gaia, sembra essere sconvolta e tutta
si lamenta:
55
Poi con occhi più lieti e più ridenti,
tal che 'l ciel tutto asserenò
d'intorno,
mosse sovra l'erbetta e passi lenti
con atto d'amorosa grazia
adorno.
Feciono e boschi allor dolci lamenti
e gli augelleti a pianger
cominciorno;
ma l'erba verde sotto i dolci passi
bianca, gialla,
vermiglia e azzurra fassi.
La disposizione
dei colori indica una gradazione di essi che sempre si fa più scura; cioè più
lontana è l'erba dai piedi di Simonetta, più oscuro il suo colore diventa; nello
stesso modo in cui più opaca diventa la luce più lontana è dalla sua
fonte.
La rivelazione
raggiunge qui il suo compimento. Simonetta, quando parte, è come la luce pura;
ed ormai noi ben sappiamo che la luce è lo splendore della bellezza divina che
si trova in tutte le cose.
Si comprende
ora che la parola "candida" aveva un'imporatanza speciale. Quando Simonetta
appare è una candida fugura; essa è come la luce è in tutte le cose, secondo il
grado di perfezione delle cose stesse. E per un solo momento di estasi suprema
Iulio si innalza alla contemplazione della luce pura; e questo è stato possibile
per la sua preghiera mossa dall'amore.
Ora, andando per un momento alla
poesia La Luce di Tommaso Campanella (1568-1639) che, se pur a un secolo di
distanza continua ancora nel filone ficiniano. La luce qui deve essere capita in
senso metaforico, ad indicare cioè quello che si è sopra esposto a proposito
della concezione neoplatonica:
La Luce
La luce è una, semplice e sincera
nel sole, e
per se stessa manifesta,
ch'è di sé diffusiva
e moltiplicativa,
agile,
viva ed efficace e presta;
tutto vede e veder face in sua sfera.
Poi negli
opachi mista
corpi, vivezza perde,
nè per sé si diffonde.
Di color
giallo, azzurro, rosso e verde
prende nome, secondo l'ombra trista
più o
meno la nasconde,
né senza il primo lume può esser vista.
(Poesie
filosofiche, Canzone ii, madrigale 1 [24.1])
Se si passa ora
da questa poesia filosofica e si torna agli scritti di Leon Battista Alberti, si
nota che egli dedica molte pagine alla luce ed al colore, da un punto di vista
prettamente tecnico. Ciononostante egli non rimane estraneo alla metafora della
luce di cui si fa uso durante questo periodo. E trattando del colore in funzione
della luce, l'Alberti afferma che il pittore non ha altro che il bianco per
rappresentare la luce. Infatti il bianco è la manifestazione visibile e massima
che si può fare della luce:
Ma questo loco ci move a che diciamo alcuna cosa intorno a lumi e a i colori. È manifesto che i colori sono variati dai lumi, poiché ogni colore non è alla vista lo stesso nell'ombra e posto sotto i razzi de' lumi...Grandissima dunque è l'affinità per quanto si vede fra i colori e i lumi, e quanta essa sia, da questo si comprende, che andando via il lume, anche gli stessi colori oscurando a popo a poco periscono. Ritornando la luce, nello stesso tempo anche i colori con le forze dei lumi sono restaurati alla vista..
. ...il Pittore non ha trovata alcuna cosa più che il bianco, mediante il quale egli possa esprimere quello ultimo candore del lume... Bianco e nero son quei colori, mediante i quali noi nella pittura esprimiamo le luci e le ombre..
. ...Ma bisogan ricordarsi che nessuna superficie si debba far mai tanto bianca, che tu non possa far la medesima più candida.
(Della Pittura, II)
Come si è
detto, quando Simonetta parte è come la luce; e per un solo momento Iulio ebbe
la gioia suprema di vedere la luce pura. E quando questo momento di gioia è
scomparso il protagonista ritorna, apparentemente cacciatore tra gli altri
cacciatori, ma non potrà più essere come prima; cioè non potrà più essere in
quel mondo cui prima apparteneva. Sì, vi è il ritorno fisico, materiale a quel
mondo, ma nella mente e nell'animo Iulio non potrà più ritornarvi.
Ma intanto che
fa Iulio che ha visto il "dolce andar celeste e l'angelica veste" di Simonetta
che lo ha lasciato vittima d'Amore? Egli sta "come un forsennato, el' cor gli
assidera" e "in pianto tutto si consuma e strugge" perché "già si sente esser un
degli altri amanti" (st. 56-57). Quindi, commentando, il poeta ha parole forti
contro Iulio:
58
«U' sono or, Iulio, le sentenze gravi,
le parole magnifiche e' precetti
con che i miseri amanti molestavi?
Perché pur di cacciar non ti
diletti?
Or ecco ch'una donna ha in man le chiavi
d'ogni tua voglia, e
tutti in sé ristretti
tien, miserello, i tuoi dolci pensieri;
vedi chi tu
se' or, chi pur dianzi eri.
59 Dianzi eri d'una fera cacciatore,
più belle
fera or t'ha nei lacci involto;
dianzi eri tuo, or se' fatto d'Amore,
sei
or legato, e dianzi eri disciolto.
Dov'è tuo libertà, dov'è 'l tuo
core?
Amore e una donna te l'ha tolto.
Ahi, come poco a sé creder uom
degge!
ch'a virtute e fortuna Amor pon legge».
Le parole
dell'Autore a Iulio terminano con il vecchio topos dell'amor omnia vincit che è
ben echeggiato anche dal Ficino, ma che qui si inserisce in una tematica
tipicamente umanistica, quella cioè del dualismo tra virtù e fortuna.
E ora il Poeta,
prendendo di peso un famoso verso di Dante: «La notte che le cose ci nasconde»
(Paradiso, xxiii 3 / stanza 60), descrive la completa oscurità che sta
scendendo sulle cose, e tutto si confonde in questo buio terribile e silenzioso.
È la notte, e chi vola per l'aria sono solo le torme dei sogni neri che escono
dalla Cimmerea valle.
Intanto
un'immensa distanza si è creata tra Iulio e gli altri cacciatori, i quali,
giunta la sera, decidono di lasciare la caccia e, con le loro prede, decidono di
parlare del giorno di caccia; ma presto si accorgono che Iulio, il loro capo,
non è lì con loro, e si spaventano credendo che sia stato preso da qualche fera
crudele. Iulio è estremamente lontano, anche se corporalmente in realtà non lo
è. Lo chiamano con lunghe voci, ma solo le valli con l'eco rispondono: "Iulio,
Iulio". E i cacciatori, passata la notte nell'oscurità, decidono di tornare, tra
paurosi e speranzosi, alla città, pensando appunto che Iulio sia tornato a casa
per altra via. Ed infatti Iulio è tornato solo, e i cacciatori lo trovano tutto
pensieroso: «stava in forti pensier tutto ristretto» (st 65); e il nuovo
"incarco" che egli sente è dovuto al pensiero dell'amore.
I compagni sono contenti ed allegri di averlo finalmente trovato salvo. Il protagonista cerca di farsi vedere felice, ma non può partecipare alla medesima gioia dei suoi compagni perché la sua mente e il suo cuore sono troppo lontani; essi seguono sempre nell'immaginazione quella lieta apparizione che prima aveva visto.
Ora, dopo aver
fatto la sua vendetta su Iulio, Amore ritorna a Cipro, al regno di sua madre
Venere:
68
.........................................
al regno ov'ogni Grazia si
diletta,
ove Biltà di fior al crin fa brolo,
ove tutto lascivo, drieto a
Flora,
Zefiro vola e la verd'erba infiora.
Questo è il
regno di Venere che il Poeta si accingerà a cantare nel resto delle
Stanze.