
Incipit vita nova
|
|
| |
2
«PER LA DANNOSA COLPA DE LA GOLA»
(Note sul contrapasso di Inferno VI)
I commentatori antichi
del VI canto dell'Inferno si sono adoperati con grande cura
per illustrare il contrapasso dei golosi nei minimi particolari sia
per quanto riguarda i versi danteschi su Cerbero, sia per ciò
che concerne le altre pene inflitte alle ombre del terzo cerchio. A
prima vista sembra che i chiosatori antichi abbiano applicato, nell'uno
e nell'altro caso, un pizzico di fantasia con risultati, alcune volte,
divergenti. Così, nel primo caso, per esempio, alcuni commentatori
hanno visto nelle tre teste e tre gole di Cerbero le tre età
dell'uomo: infanzia, giovinezza, vecchiaia; altri commentatori, come
Guido da Pisa, l'Ottimo, e Pietro di Dante nella prima redazione, vi
hanno ravvisato i tre continenti: Asia, Africa, Europa; altri ancora,
come Jacopo di Dante, Graziolo de Bambaglioli e Pietro di Dante nella
seconda e terza redazione, i tre modi diabolici di «golosizzare»: quantità,
qualità, continuità
(1).
Ora converrà dire subito che se i risultati dei commentatori
sopra citati sono divergenti, essi lo sono non per la loro fantasia,
ma semplicemente perché i commentatori ricevevano e facevano
loro tradizioni diverse. Così, delle tre età dell'uomo
avevano già parlato Isidoro e Rabano Mauro; i tre continenti
erano stati addotti da Bernardo Silvestre e dal terzo Mitografo Vaticano;
i tre modi di «golosizzare» erano stati tramandati da Ugo di San Vittore
e altri. Ed è interessante il caso di Pietro di Dante il quale
ha un ripensamento già nella prima redazione («Quidam dicunt
quod Cerberus iste ponitur pro terra universalis, quae in tria capita
dividitur, scilicet, Asiam, Africam, et Europam [...] Vel verius dic
quod ponitur pro motu et vitio gulae diabolico universalis»), e non
essendo convinto del significato di Asia, Africa e Europa, non lo accoglierà
nelle due altre seguenti redazioni
(2). Per il resto, in generale, gli antichi sono concordi
nel vedere un contrapasso sapientemente organizzato per cui i golosi
sono puniti nei cinque sensi (3).
E ciò forse sulla falsariga di s. Gregorio e s. Tommaso i quali
avevano asserito che il disordine della gola può aver luogo in
cinque modi: praepropere, laute, nimis, ardenter, studiose
(4), cui corrispondono, in un certo senso le quattro «q»
di Pietro Cantore: quando, quid, quanto, quale, cui va aggiunto
quomodo (5).
O, meglio ancora, i commentatori avevano in mente un sermone intitolato
De quinque sensuum mortificatione attribuito ad Ildebero di
Lavardin, ma invece da restituire a Pietro Lombardo
(6), in cui si descrive Eva che, soccombendo alla tentazione
del Serpente, peccò nei cinque sensi
(7). E, in generale, gli antichi sono anche concordi nel vedere
nella neve e nella grandine le afflizioni corporee come punizione divina
della ghiottoneria dei golosi. E anche in questo caso gli antichi seguono
la tradizione poiché neve e grandine sono intese come afflizioni
del corpo, tra altri, per esempio, da Ruperto di Deutz
(8).
I moderni invece, per la maggiore
(9), hanno abbandonato l'idea di voler ricavare un significato
allegorico da quasi ogni singola parola ed espressione dantesca che
si riferiscano al contrapasso. Infatti alcuni moderni, o si sono espressi
in senso del tutto generale dichiarando la pena semplicemente come «appropriato
gastico agl'ingordi gustatori d'ogni più raffinata squisitezza
di cibi e di bevande» (Del Lungo), oppure hanno lamentato il fatto che
«Dante, che è quasi sempre attento ad osservare la legge del
contrapasso, ora dà ai golosi una pena troppo generica rispetto
al loro vizio» (Villaroel). Ed infatti è stato anche asserito
che ai dannati per i pecccati di gola è inflitta una pena non
facilmente rapportabile alla colpa commessa
(10). Quindi, come ebbe a dire il Lanci chiosando la voce
pioggia, «resta incerto, nell'esegesi sia antica che moderna,
il significato allegorico di questa pioggia, nel rapporto di contrapasso
fra la pena e la colpa» (11).
Intanto bisognerà
dire che il testo è chiaro: i golosi sono condannati ad essere
immersi in una palude di fango fetido sotto una pioggia nera, mista
di grandine e di neve, e per giunta sono dilaniati da Cerbero. Quello
che nei commenti non è totalmente soddisfacente, o, per meglio
dire, quello che nei commenti sembra mancare è appunto una spiegazione
esauriente sul rapporto tra pena e colpa; poiché le ragioni offerte
dagli antichi commentatori, se pur validissime, non bastano a chiarire
tutti i nessi semantici fondamentali del rapporto. Sembra chiaro, intanto,
che per rapportare coerentemente la pena alla colpa e per cercare di
comprendere il senso allegorico totale bisogna chiedersi almeno due
cose: la prima è, quale possa essere il nucleo strutturale su
cui poggiano i due piani compositivi che sottostanno agli agenti della
pena dei golosi -- da una parte Cerbero, e dall'altra la «piova maledetta»
e il risultante fango; la seconda, quale sia la ragione della «piova
maledetta». Pertanto le note che seguono si propongono di vedere se,
in qualche modo, sia possibile trovare un nesso semantico che integri
e fonda i due piani di cui sopra.
1. Per
prima cosa dunque possiamo chiederci per quale ragione Dante abbia posto
il Cerbero classico a guardiano del cerchio dei golosi, declassificandolo
-- se si vuole -- dalla sua mansione di guardiano dell'Ade.
Infatti, già gli
antichi commentatori si erano posti tale quesito e lo avevano risolto,
almeno in parte, basandosi su tre punti: primo, la pseudo-etimologia
che da Servio aveva caratterizzato lo janitor Orci; secondo,
la voce "cane"; e infine, le caratteristiche umane conferite
a Cerbero da Dante. Il Boccaccio, ad esempio, asserisce che Cerbero
rappresenta il vizio della gola «al quale intendimento assai bene si
conforma l'etimologia del nome. Vuole, secondo che piace ad alcuni,
tanto dir Cerbero quanto «creon vorans», cioè `divoratore
di carne'». Oltre a questo il Boccaccio si sofferma a lungo sulla figura
del Cerbero dantesco che ha in parte la prerogativa di `cane' di classica
memoria, e in parte attributi umani («occhi», «barba», «ventre», «mani»),
e vi elabora tutto un discorso allegorico inteso «a vedere quello che
l'autore voglia intender per Cerbero, la qual cosa sotto assai sottil
velo è ascosa». Nel suo tentativo di capire la ragione per cui
Dante ha scelto Cerbero a guardiano dei golosi il Boccaccio fa un salto
di qualità rispetto ai commentatori che lo hanno preceduto (ad
eccezione forse di Pietro). Il suo sforzo è davvero encomiabile
perché egli riesce a rapportare gli elementi semantici attinenti
a Cerbero agli elementi attinenti ai golosi, dall'etimologia di Cerbero
al suo epiteto di «cane», alle sue tre gole, agli occhi vermigli, alla
barba unta, al ventre largo e così via
(12). Quindi le ragioni addotte dal Boccaccio sono ben còlte,
chiaramente espresse e giustamente attinenti. Il Boccaccio si rifa alla
figura di Cerbero come questi era stato interpretato da Servio e da
altri dopo di lui e sulla sua scia. La testimonianza del Boccaccio ci
dimostra che al tempo di Dante Cerbero era inteso proprio in questo
senso: da una parte l'idea di `cane', e dall'altra quella della sua
etimologia, per cui i termini e le espressioni 'Cerbero', 'divoratore
di carne', e 'cane' venivano ad essere praticamente isotopi di un discorso
tutto puntato intorno al concetto di 'gastrimargia', ovvero concupiscenza
della gola, peccato capitale ampiamente avversato in trattati ed omilie
da un gran numero di Padri della Chiesa, greci e latini, da Basilio
e Tertulliano in poi, e da predicatori e scrittori ben noti a Dante.
Ora, ai commentatori antichi
era sfuggito un particolare importante nella lettura del commento di
Servio all'Eneide, un particolare che da Servio si ripete e
si trasmette attraverso il Medioevo. Sarebbe qui inopportuno e superfluo
ripetere il discorso fatto da quasi tutti i commentatori sul mito del
Cerbero pagano, guardiano dell'Ade. Ci preme invece ricordare che Servio,
appunto nel suo commento all'Eneide, insiste su un aspetto
del guardiano dell'Ade -- notato solamente poco più di un cinquantennio
fa dal Silverstein (13)
-- che si presenta assai importante per il nostro scopo. Dice dunque
Servio: «Quod autem dicitur traxisse ab inferis Cerberum, haec ratio
est, qui omnes cupiditates et cunta vitia terrena contempsit et domuit:
nam Cerberus terra est, id est consumptrix omnium corporum. Unde et
Cerberus dictus est, quasi κρεοβόρος
, id est carnem vorans: unde legitur `ossa super recubans'
[Eneide VIII, 297]: nam non ossa citius terra consumit». Una
ricerca sulla tradizione medievale di Cerbero ha messo in evidenza che
questo breve commento di Servio è inteso a presentare l'idea
che, in qualche modo, Cerbero equivale a terra. Infatti tale
idea è ripresa e si ripete attraverso il Medioevo con Isidoro,
Fulgenzio, i Mytographi Vaticani, Bernardo Silvestre, e su
su fino a Dante ed oltre (14).
Bernardo Silvestre, per esempio, è ben preciso a questo proposito,
quando nel suo commento all'Eneide ci dice che Cerbero, «in
integumento» ha due significati: è inteso come terra
e come divoratore di carne: «Cerberus in integumentis accipitur
in duabus figuris: per eum namque terram intelligimus, unde nomen congruit.
Dicitur enim Cerberus quasi caerberos, id est carnem vorans. Carnes
enim consumit ossibus manentibus»
(15). Per cui, sia la voracità di Cerbero che è
di ascendenza virgiliana, sia la nozione che Cerbero significa `terra'
che è, come si è visto, di tradizione medievale, sono
stati i due aspetti determinanti che hanno indotto Dante a scegliere
Cerbero come guardiano del cerchio dei golosi. É chiaro che il
significato morale di `terra' conferito a Cerbero dagli scrittori medievali
è strettamente legato alla nozione di voracità del cane
dell'Ade, messa a confronto con la terra che `divora' i morti. Ciò
è esplicito in tutta la tradizione medievale, e lo è anche
perché Servio aveva affrontato ben due volte l'argomento. Infatti
nell'VIII canto dell'Eneide, al v. 297 («ossa super recubans»),
che aveva debitamente richiamato nella sua altra nota, egli sarà
ancora più preciso poiché qui parla della terra che consuma,
non semplicemente i corpi, ma i corpi sepolti, e respinge come puerile
l'interpretazione di coloro che credono che le ossa semidivorate su
cui è disteso Cerbero possano riferirsi alle ossa dei mortali
che si presentano vivi alle soglie dell'Averno: «ossa super recubans»,
aut ad terrorem dictum est: aut certe illud est quod etiam supra <VI,
395> diximus, Cerberus esse terram, quae corpora sepulta consumit,
nam inde Cerberus dictus est quasi . Alii pueriliter volunt a Cerbero
Amphiarai ossa consumi, qui hiatu terrae secundum Statium descendit
ad inferos» (16).
Pertanto è quanto
mai pertinente che nel VI canto dell'Inferno Virgilio faccia
chetare il «gran vermo» con una manciata di terra -- il che è
stato da alcuni ricondotto a Genesi 3, 19 («In sudore vultus
tui vesceris pane donec revertaris in terram de qua sumptus es; quia
pulvis es et in pulverem reverteris»
(17). Ora il passo di Genesi decreta la morte e l'esilio
di Adamo ed Eva e di tutti i loro discendenti dal Paradiso terrestre.
Ma la morte viene intesa come morte dell'anima, cioè come perdita
della vita spirituale, e come morte del corpo. Ed è interessante
notare che già s. Paolo, nell'Epistola ai Romani (5, 12-21),
istituisce un parallelismo tra il vecchio Adamo peccatore e il nuovo
Adamo, cioè Cristo, redentore: il primo fonda il regno del peccato
e della morte, il secondo quello della Grazia e della vita. Ma la morte
del corpo per l'uomo rimane realtà; e tale condanna tocca non
soltanto ai golosi, né soltanto ai reprobi, ma a tutti gli uomini,
giusti e santi inclusi. E il corpo di tutti rimarrà morto fino
alla fine dei secoli, fino al momento della risurrezione della carne.
Pertanto non solo è chiaro che il passo di Genesi non
può applicarsi solamante ai golosi, ma c'è di più:
e il di più è proprio la redenzione e la risurrezione
della carne. Vale a dire che la carne diventata con la morte del corpo
polvere, tornerà ad essere corpo tramite la sua risurrezione.
Questo concetto paolino è riecheggiato e reiterato dai primi
Padri, e già da Tertulliano, il quale addirittura parla di una
`reincorporazione' ovvero una reintegrazione della carne(18).
Tale idea , come si sa, è alla base dell'invenzione stessa della
viaggio dantesco, e nel poema appare più volte, a partire proprio
da questo canto dell'Inferno. Inoltre non si deve dimenticare
che la disubbidienza di Adamo ed Eva non fu principalmente peccato di
gola, come potrebbe sembrare, ma fu peccato di superbia. É Dante
stesso, come è noto, ad affermarlo per bocca di Adamo, prendendo
così una netta posizione nelle dispute del tempo sull'argomento:
Or, figliuol
mio, non il gustar del legno
fu per sé la cagion
di tanto essilio,
ma solamente il trapassar
del segno (19)
Ma bisognerà aggiungere
che Dante seguiva anche qui una lunga tradizione che era passata per
s. Agostino , ed altri dopo di lui, e che finalmente aveva trovato la
sua autorevole codificazione scolastica in s. Tommaso: «Primum peccatum
hominis fuit in hoc, quod appetit quoddam spiritualem bonum supra mensuram,
quod pertinet ad superbiam» (20)
Quindi per fondere saldamente
i due piani cui abbiamo accennato sopra è importante, a nostro
avviso, ricollegare il particolare Cerbero=terra non
tanto al passo di Genesi, ma più specificamente a Cerbero
come guardiano del cerchio dei golosi e quindi ai golosi stessi. Cioè,
come la sua `etimologia', la voce «cane» e le caratteristiche umane
del Cerbero dantesco sono attributi che si riferiscono allegoricamente
ai golosi, così anche l'equazione Cerbero=terra
dovrà riferirsi al vizio della gola. Ciò vale a dire che
terra dovrà fungere da asse semantico o -- se si preferisce
-- denominatore comune di entrambi, come si vedrà.
2. Abbiamo
accennato sopra come gli antichi commmentatori vedessero nella neve
e nella grandine le afflizioni corporee dei golosi. Infatti già
Jacopo Alighieri aveva indicato il significato della «piova» negli «infermi
accidenti d'i superflui omori che nelle carni de' detti golosi continuamente
piovono, sì come malattie di fianchi e di gotte e di podagre
e simiglianti effetti» (21).
E anche Pietro si era mantenuto sullo stesso registro. Ma Pietro --
con quella sua precisa intenzione di presentare il padre in una sfera
di forte influenza classica e biblico-patristica -- riprende ed espande
il numero degli «accidenti» già nella sua prima redazione del
Commentarium, citando ampiamente da tali fonti. Nella fattispecie,
per dimostrare che la pioggia infernale cui sono soggetti i golosi altro
non significhi «nisi gravamen ciborum faciens nos in diversis aegritudinibus
jacere et infirmare», si rifa ad un passo di Giovanni Crisostomo in
cui si elencano le stesse malattie di fianchi di gotte e di podagre.
E poi due altre citazioni, una presa da Gerolamo («qui foetet, hoc est
corpus gulosi») e l'altra dalla Glossa («homo qui gulosizat,
vespere habet os foetidum et in sequenti mane admodum sepulchri») gli
servono per puntualizzare il dantesco «pute la terra» del verso 12.
Infatti il corpo che pute è il corpo del goloso. Come mai --
ci si chiederà -- il corpo del goloso soffre di tanti mali e
come mai esso pute? E la risposta ce la dà Pietro stesso, dopo
essere tornato a rivedere il suo lavoro, nella seconda e terza redazione
del Commentarium in cui le citazioni, dalla Bibbia dai classici
e dai Padri, vengono ampiamente estese. La risposta è presa da
un altro luogo dello stesso Crisostomo. La seconda redazione legge come
segue: «Quantum vero ad allegoricum sensum auctor hunc circulum secundum
Inferni, pena sensus animas passionantem, accipit pro statu et vita
illorum qui, in hoc mundo vivendo, in vitio gulle marcescunt in aquositate
humorum: et ecce pluvia
, de qua hic dicitur, que in renibus et in suis meatibus lapides etiam
generat; et ecce grando,
de qua etiam hic dicitur et alias frigidas flematicas et catharosas
egritudines; et ecce nix,
de qua hic dicitur etiam, que homines iacere faciunt cum podagris et
aliis infinitis morbis. Unde Johannes Os Aureum, ad hoc ita dicit: `>Eccessus
ciborum computrescere facit corpus humanum et macerat egritudine diuturna'»
(22). Il corpo che macera sotto la pioggia infernale è
il corpo del goloso. E qui sarà bene ricordare che già
il Boccaccio aveva interpretato l'«adona» del verso 34 («l'ombre che
adona / la greve pioggia») nel senso di `macera', il cui significato
va anche esteso al «mi fiacco» di 54 (« a la pioggia mi fiacco»)
(23). Infatti il Pézard ha dato al verbo dantesco il
valore di «macérer, detremper». Per cui Dante, secondo il Pézard,
alluderebbe al tormento fisico di Ciacco, macerato dalla «greve» pioggia.
Recentemente anche Pasquini e Quaglio hanno interpretato il «mi fiacco»
nel senso di «mi macero» (24).
Ora il verbo macerare che abbimao sopra visto in Crisostomo è
un verbo assai comune nella tradizione patristica, in cui viene soprattutto
usato nel significato ascetico di `soffrire', `tormentare', `essere
tormentato', `reprimere i vizi', `mortificare la carne'; ma è
anche usato nel significato più proprio di `metter in acqua',
`inzuppare', `rendere molle'. In questo senso il verbo è ripreso
da Uguccione del quale egli dà anche i seguenti significati:conterere,
dilaniare, frangere, debilitare, e mollificare
(25), in cui si noterà che quest'ultimo verbo ha anche
il senso di `rendere molle' tramite l'acqua. Tutto ciò è
anche ripetuto verbatim da Giovanni Balbi da Genova. Ma è interessante
notare anche la definizione che Uguccione dà del verbo flaccere
(flactere) che occupa la stessa area semantica di flaccus
(flacteus) a cui è connesso il tardo latino *flaccare,
da cui deriva l'italiano 'fiaccare'. Il lemma del lessicografo pisano
legge dunque: «Flacceo -es, id est marcere. Unde hec flaccor -oris,
id est marcor. Et flaccus -a -um, marcidus. Unde per translationem flaccentes
dicuntur qui marcent in peccatis et iniquitatibus»
(26). Oltre all'interessante uso traslato del participio,
Uguccione ci testimonia che il verbo macerare era venuto a ricoprire
parte dell'area semantica del verbo flaccere. Per cui macerare
nel senso di `mollificare' si era allineato a flaccus nel senso
di marcidus tramite il concetto di `acqua' o `acqua stagnante'
che li univa (27). Pertanto
nulla osta ad accogliere il «mi fiacco» nel senso detto.
In questa sede tuttavia,
e per il nostro scopo, a noi preme soprattutto rilevare che il deverbale
maceratio viene usato da Tertulliano in una struttura sintagmatica
strettamente unita al sostantivo victus, e per di più
in un discorso tutto puntato verso l'idea dell'osservanza del precetto
del digiuno come espiazione dell'antica e primordiale offesa di Adamo
contro Dio. Quindi «macerazione» nel senso di castigatio e
come chiaro e preciso contrapasso. Tertulliano dice: «Porro, cum et
ipse ieiunium mandet, et animam conquassatam proprie utique cibi angustiis
sacrificium appellet <Ps. L, 18>, quis iam dubitabit
omnium erga victum macerationum hanc fuisse rationem, qua rursus interdicto
cibo, et observato praecepto, primordiale iam delictum expiaretur, ut
homo per eamdem materiam caussae satis Deo faciat, per quam offenderat,
id est, per cibi interdictionem; atque ita salutem aemulo modo redaccenderet
inedia, sicut extinxerat sagina?»
(28).
Quindi, considerato che
il verbo dantesco rientra nella precisa dichiarazione di Ciacco a Dante
del proprio contrapasso («per la dannosa colpa della gola, come tu vedi,
a la pioggia mi fiacco») e, per estensione, del contrapasso di tutti
i golosi, del resto già accennato a 34-35 («Noi passavam su per
l'ombre che adona la greve pioggia...»), si dovrà dire che il
«mi fiacco» (= `mi macero') rientra puntualmente sia, come si è
detto, nel concetto dantesco del contrapasso, sia nella struttura semantica
di cui stiamo trattando in queste note. Vale a dire che da una parte
il goloso è tormentato dalla mancanza di cibo (per victus
macerationum rationem), e dall'altra è come se il corpo del
goloso, «macerato» dall'incessante pioggia, si trasformasse in fango.
Vedremo meglio questo secondo punto in séguito.
3. Come
è noto, vi è una messe di scritti sul vizio della gola
che praticamente costella ogni secolo dell'era cristiana, sia all'Oriente
che all'Occidente. Vi sono autori e scritti cronologicamente lontani
e vicini a Dante, dalle scarne e precise parole della Corona
di Tertulliano (29),
ad alcuni sermoni di s. Agostino e di s. Pietro Crisologo, al Verbum
abbreviatum di Pietro Cantore, al fantastico e fantasioso prosametro
del De planctu Naturae e della Summa de arte praedicatoria
di Alano di Lilla ed al suo Sermo de Trinitate -- tanto per
fare alcuni nomi e citare alcune opere, fra i tanti autori e le molte
opere che si potrebbero addurre. Ora va subito detto che in tutti questi
scritti si parla del peccato della gola, della nostra carne e della
nostra natura terrena, e dell'ebrietà che riduce, come la pioggia
fa della terra, la carne del goloso in fango. Così, per esempio,
mentre Pietro Cantore si limita a generalizzare (« peccatores autem
terrae dicuntur, quia terrenis involvuntur delictis, ut libido et gastrimargia»)
(30), s. Pietro Crisologo afferma che lo spirito della gastrimargia,
o "diavolo della gola", opera in modo tale da rendere la nostra mente
«amente» e il nostro corpo in loto: «Ieiunantibus nobis, diabulus esurit,
qui nostris semper saturatur ex culpis. Ille cibum nostrum deducit in
crapulam: potum nostrum in ebrietatem diffundit, ut mentem faciat amentem,
carnem luteam reddat» (31).
E Alano di Lilla ci offre precisi riferimenti al fatto che il vizio
della gola riduce la nostra carne in fango. Così egli si esprime
nel Summa de arte praedicatoria: «Quanto ergo studio fugienda
est gula, quae [...] carnis nostrae massam reducit in lutum», e reitera
lo stesso concetto anche nel Sermo de Trinitate
(32). É interessante qui notare come nel discorso di
Alano vi siano certe espressioni e certi termini che ricordano da vicino
espressioni e termini usati da Dante, come per esempio, «Ebrietas implicat
verba, abliquat lumina», che fa pensare a Ciacco del v. 91: « Li dritti
occhi allora torse in biechi», prima di ripiombare nel silenzio del
suo fango infernale.
Alano accoglieva e tramandava
una lunga tradizione che era passata per s. Agostino e che era stata
da lui chiarita e, in un certo senso, codificata. S. Agostino infatti,
riferendosi all'ebrietà, paragona la natura umana alla terra
e l'eccessivo bere all'eccessiva pioggia che produce fango e paludi:
«Et quia corpora nostra terrena sunt, quomodo quando pluvia nimium grandis
et diuturna fuerit , ita terra infunditur et in lutum resolvitur, ut
nulla in ea cultura posset fieri: sic et caro nostra, quando nimio potu
fuerit inebriata, nec spiritualem culturam accipere, nec fructus animae
necessarios poterit exhibere. Et ideo quomodo omnes homines ita sufficientem
pluviam in agris suis accipere desiderant , ut et culturam valeant exercere,
et de fructuum ubertate gaudere: ita et in agro corporis hoc tantum
deberent bibere quod oportet; ne per nimiam ebrietatem ipsa corporis
terra velut in paludem conversa , magis vermes et serpentes vitiorum
generare, quam fructus bonorum operum possit afferre. Omnes enim ebriosi
tales sunt, quales paludes esse videntur. [...] Tales enim sunt, sicut
iam dixi, omnes ebriosi... quorum sensus tardi, graves, obtusi, et quodam
modo iam sepulti» (33).
E qui c'è da aprire
una parentesi per chiarire un punto. Sarà bene ricordare che,
in generale, la golosità consiste nell'ingluire un eccesso di
cibo e di bevanda. Senza entrare nei vari esempi biblici, basterà
dire che già Tertulliano aveva scritto parole ben precise a questo
proposito: «Quanquam ubi abstinentia vini [...] illic intelligitur etiam
pabuli. Qualis enim esus, talis et potus. Verisimile non est, ut qui
dimidiam gula Deo immolet, aquis sobrius, et cibis ebrius»
(34). I Padri insitono su questo aspetto e Tertulliano non
è l'unico a specificarlo
(35). Quindi «la dannosa colpa de la gola» altro non è
se non l' ingluviens, per cui ciò che si dice di
uno dei termini vale anche per l'altro. Sembra opportuno precisare questo
punto perché la presenza di Cerbero potrebbe deviarci anche e
sopratutto per la sua `etimologia' di «carnem vorans». Ciò risulta
evidente, in un certo senso, già nella stessa Esposizione
del Boccaccio. Da un lato infatti, volendo esporre in dettaglio le ragioni
del contrapasso dei golosi, il Boccaccio è ben preciso nell'indicarne
due componenti: cibo e bevande.Cibo perché i golosi «col
ventre pieno giacquero in riposo del cibo ingluviosamente preso, così
pare convenirsi che [...] giacciano in eterno distesi». Bevande
perché i golosi «come di diversi liquori e di vari vini il misero
gusto apagarono, così qui sieno da varie qualità di piova
percossi e afflitti». Eppure, dall'altro lato, venendo all'esposizione
di Cerbero e preso com'egli è dalla sua etimologia, il Boccaccio
sembra quasi ridurre la golosità, in gran parte almeno, al solo
mangiare:«Vuole, secondo che piace ad alcuni, tanto dir Cerbero quanto
«crean vorans», cioè «divoratore di carne», intorno alla
qual cosa, come più volte è detto sopra, in gran parte
consiste il vizio della gola»
(36). Ed infatti, nelle precedenti pagine, il Boccaccio aveva
più volte insistito su tale aspetto. Detto questo, chiudiamo
la parentesi e torniamo brevemente alla linea del nostro discorso per
concludere.
Le parole di s. Agostino
citate sopra stabiliscono dunque nettamente uno stretto parallelo tra
il binomio pioggiaterra da una parte e il binomio bevandacorpo
dall'altra, con il risultato che una dismisura o eccesso nel
primo termine di ciascuno dei binomi produce un cambiamento nel secondo
termine di entrambi riducendo sia la terra che il corpo
in fango. Quindi, come si è visto, l'ebrietà
riduce il corpo in fango, come la pioggia essessiva riduce la terra
in fango, perché appunto la nostra carne è fatta di terra.
O, se si preferisce, si potrà dire tout court con Alano
che «il vizio della gola riduce la massa della nostra carne in loto»,
in cui la similitudine agostiniana si concentra e si condensa in metafora.
Dante, nel VI canto dell'Inferno
restituisce alla pioggia il suo attributo, per così dire, «elementare»;
per cui, come è stato assai ben detto dal Mazzoni, è «ancora
affidata in via soprannaturale alla forza degli elementi, la nuova pena
del terzo cerchio» (37).
Eppure l'elemento che accomuna i due piani di cui si è parlato
all'inizio di queste note, o, per meglio dire, l'asse semantico che
unisce il guardiano del terzo cerchio ai peccatori lì condannati
e, ovviamente, al peccato ivi espiato, è appunto un altro «elemento»:
la terra; quella terra che per l'azione di un altro elemento ancora,
l'acqua, è diventata un pantano puzzolente. É in
questa palude che «la gente» del VI canto dell'Inferno, sotto
l'effetto della «greve pioggia» che riduce «la massa della loro carne
in fango» e quindi quasi reificata, degradata cioè a materia
bruta, in virtù della legge del contrapasso, giace «sommersa»
in «sozza mistura».
Sì
trapassammo per sozza mistura
de l'ombre e de la pioggia,
a passi lenti,
(vv. 100-101)
Questa sozza mescolanza
di ombre e pioggia è l'ultima potente metafora che il Poeta ci
lascia nel trapassare il cerchio dei golosi. É come se egli dicesse
che qui , nel VI canto dell'Inferno, le ombre e la pioggia
sono sozza mistura, cioè fango.
In queste note noi abbiamo
cercato di indicare alcuni momenti e di individuare dei punti nella
tradizione sul vizio della gola tesi verso una tale confluenza metaforica.
Dante aveva assimilato totalmente questa tradizione e poi l'ha restituita
in capolavoro di poesia.
Sarà superfluo
aggiungere che a questa esigenza di correlazione semantica dei nessi
strutturali del discorso risponde in modo quanto mai eminente anche
il canto infernale dell'ira.
Gino Casagrande
Torna all'indice
Vai al saggio 3 
N O T E
1.
Altri commentatori antichi nelle tre teste e tre gole di Cerbero vi
hanno visto i tre beni del genere umano distrutti dal vizio della gola:
persona, beni temporali, fama (Guido da Pisa); altri: vivande, confetti
e vini (Buti); altri ancora: fame, sete e sonno (Vellutello). Cfr. A.
VALLONE, La critica dantesca nel Settecento ed altri saggi,
Firenze, Olschki 1961, pp. 90-103.
2.
PIETRO ALIGHIERI, Il «Commentarium», a cura di R. DELLA VEDOVA
e M.T. SILVOTTI, Firenze, Olschki 1978, p. 126, in calce
3.
Il senso del gusto (le «delicate vivande e i savorosi vini»), nella
pioggia eterna; l'udito («le dolci musiche conviviali»), nel latrato
di Cerbero; l'olfatto («la squisitezza dei profumi»), nella terra che
pute; ecc. Per tutto ciò rimane esemplare il commento del Boccaccio.
4.
Cfr. GREGORIO, Moralia XXX, 13. TOMMASO, Summa 2a--2ae,
148 a. 4.
5.
Cfr. PL 205, 330.
6.
Cfr. B. HAURÉAU, "Notice sur les sermons attribués a Hildebert
de Lavardin", in A. DE DÉSERVILLERS, Un évêque
au XIIe siecle: Hidelbert et son temps, Paris 1977.
7.
Cfr. PL 171, 841-42.
8.
Cfr. PL. 170, 358. Il Mazzoni e, poi, il Di Pino, il Giannantonio
e la Chiavacci Leonardi (commento, v. 7) hanno affermato che il parametro
dell'invenzione dantesca è biblico e che va ricondotto al libro
della Sapienza
(XVI,16) e al salmo 148, in cui si condannano gli ebrei idolatri, o
il peccato in generale, con la pioggia la grandine la neve e anche il
fuoco (ma il fuoco, presente in entrambi gli scritti biblici, non è
un agente della pena dei golosi). In effetti il concetto di idolatria
non è estraneo al concetto di gastrimargia come tale. Infatti
diversi scrittori, partendo dalla famosa espressione dell'Epistola paolina
ai Filippesi «...quorum Deus venter est» (3,19) dichiarano che venerare
il ventre al posto di Dio significa negare Dio stesso (cfr., per esempio,
Attone di Vercelli in PL 134, 602; e Pietro Damiani in PL 144, 429).
E Alano di Lilla, parlando della gola e più specificamente dell'ebrietà
afferma: «Haec est una idolatriae filia, cui Deus venter est, quae latriam
exhibet Baccho, unde et bacchilatria vocari potest, ficto vocabulo»
(cfr. Summa de arte praedicatoria 4, PL 210, 120). Cfr. F.
MAZZONI, Il canto VI dell'Inferno, in Nuove letture dantesche,
Firenze, Le Monnier 1966, p. 149; G. DI PINO, Canto VI dell'Inferno,
in Lectura Dantis Neapolitana, Napoli, Loffredo 1986, p.5;
P. GIANNANTONIO, Endiadi, [2a ediz.] Torino, Genesi
1990, p. 89.
9.
Ma cfr., tra altri, i commenti di C. Steiner, G. Villaroel e P. Caligaris.
10.
Il Sapegno si esprime così: «Non è facile questa volta
stabilire un preciso rapporto fra la pena e la colpa». E il Di Pino
afferma che «Se cerchiamo di fissare -- come è legittimo -- in
che consista qui il `contrappasso' siamo costretti a riconoscere quanto
sia difficile spiegare il senso allegorico della pioggia». Cfr. G. DI
PINO, Canto VI dell'Inferno, cit., p. 8.
11.
Cfr. A. LANCI, , in Enciclopedia dantesca (= ED), Roma, Istituto
dell'Enciclopedia 1970-1976, vol. IV.
12.
Per il lungo commento del Boccaccio a questo proposito si rinvia a G.
BOCCACCIO, Esposizioni sopra la Comedia a cura di G. PADOAN,
Milano, Mondadori 1964, pp. 375-79.
13.
THEODORE SILVERSTEIN, Dante and Virgil the Mystic, in «Harvard
Studies and Notes in Philology and Literature», XIV (1932), pp. 61-62.
Il Silverstein riconnette l'idea di Cerbero terra al famoso
passo di Genesi 3, 19. Ma si veda infra e n. 17.
14.
Cfr. J. J. SAVAGE, The Medieval Tradition of Cerbero, in «Traditio»,
VII (1949-1951), pp. 405-410.
15.
BERNARDI SILVESTRIS, Commentum super sex libros Eneidos Virgilii,
a cura di J. JONES et E. JONES, Lincoln (Nebraska), University of Nebraska
Press 1977, p. 87. Il Mazzoni si è soffermato anche su un altro
significato addotto da Bernardo Silvestre e, prima di lui e da lui citato,
da Fulgenzio, cioè che per Cerbero s'intende anche l'eloquenza.
Infatti Cerbero nel significato di `avvocato' sembra proprio essere
di ascendenza classica e riconducibile a un frammento di Petronio: «Cerberus
forensis erat causidicus» (cfr. TLL, s. v. «Cerberus»). Il
Mazzoni ha giustamente rapportando tale concetto ai litigi e alle discordie
fiorentine messe in evidenza da Ciacco nel Canto. Cfr. F. MAZZONI, Il
canto VI dell'«Inferno», cit., pp. 133-181.
16.
Cfr. SERVIO, ad loc. Vale forse la pena annotare che nell'Eneide
non risulta che Cerbero divori i corpi. Qui i commentatori di Virgilio
hanno pensato che egli alluda al fatto che il mostro affronti e divori
i mortali che si presentano in carne ed ossa alle soglie dell'Averno,
per violarlo. Ma, come si vede, Servio respinge questa interpretazione
addirittura come puerile. Del resto agli Inferi, come nell'Inferno,
ci sono solo ombre inconsistenti. Tuttavia, quelli del terzo cerchio,
come quelli di altri cerchi, hanno apparenza di corpo umano. Cerbero,
qui in Inferno, non può far altro che «latrare sopra la gente»,
o meglio «sopra lor vanità che par persona». Ad ogni modo, la
natura del Cerbero dantesco non sembra quella di divoratore di spiriti
come qualcuno ha voluto dire e come la variante «ingoia», al v. 18 per
«iscoia», che si trova in diversi codici autorevoli tenderebbe a sostenere
(cfr. però F. MAZZONI, cit., p. 153). Se così fosse il
Cerbero dantesco, con quel suo misto di elementi umani, potrebbe addirittura
essere tacciato di cannibalismo! Ma ciò non osterebbe a quella
certezza nell'avvenimento escatologico della risurrezione dei morti,
di cui ci parla Dante, e forse con buona ragione, proprio alla fine
di questo canto. Non si vuole qui entrare nell'argomento. Si accennerà
soltanto che il concetto che Dio può ricomporre il corpo nonostante
le più disparate trasformazioni (basterà pensare ai Cristiani
divorati dai leoni) era già ben chiaro ai primi Padri (cfr. TAZIANO,
Adv. Graecos, cap 6, PG 6, 817-20). Infatti ci fu pure chi
cercò di dimostrare che il corpo risorge anche nell'ipotesi dell'antropofagia
(cfr. ATENAGORA, De resurretione carnis, PG 6, 973-1024). Si
veda anche G. PADOAN, Cerbero, in ED, cit. vol. I, pp.912-13.
17.
Cfr. T. SILVERSTEIN, Dante and Virgil the Mystic, cit. p.62.
Si veda anche G. PADOAN, Cerbero, in ED, cit. vol I, p. 912-13;
e C. KLEINHENZ, Infernal Guardians Revisited: «Cerbero, il gran
vermo» (Inf. VI, 22), in DS, XCIII (1975), pp. 185-189.
18.
«Ubi enim mors, ibi et vita post mortem; qui et vita ibi ante,
ubi postea mors. Nam si regnum mortis nihil operatur, quam carnis dissolutionem;
proinde vitam, contrariam morti, contrarium oportet operari, id est,
carnis redintegrationem; ut sicut devoraverat mors invalescendo, ita
et mortali devorato ab immortalitate, audire possit: `Ubi est, mors,
aculeus tuus?, ubi est, mors, contentio tua?'».
TERTULLIANO, De resurrectione carnis 47, PL 2, 862.
19.
Par. XXVI, 115-17.
20.
Summa, 2a 2ae, 163, 1. Cfr. anche S.
AGOSTINO, De Genesi ad litteram, XI, 30, 39 (PL 34, 415); CLAUDIO
DI TORINO, Commentarii in Genesim, I (PL 50, 914-15); RABANO
MAURO, Commentarium in Genesim, I, 15 (PL 107, 488-89).
21.
JACOPO ALIGHIERI, Chiose all'«Inferno», a cura di S. BELLOMO,
Padova, Antenore 1990, p. 110.
22.
PIETRO ALIGHIERI, Commentarium, cit., p.123-24.
23.
Cfr. BOCCACCIO, Esposizione, cit. p. 348.
24.
Qui c'è bisogno di un chiarimento. Nella nota a Inferno
VI 54 il Pasquini interpreta tradizionalmente come « mi spezzo, mi consumo»;
mentre nella nota a Purgatorio VII 75 («fresco smeraldo in
l'ora che si fiacca») il Quaglio, interpretando assai giustamente «nel
momento in cui si inzuppa» (come traduce il verso dantesco anche il
Pézard), fa riferimento al «mi fiacco» di Inferno VI
54 conferendogli appunto il senso di «mi macero».
25.
UGUCCIONE, Derivationes, s. v. Qui mi servo dei Mss.
Can. Misc. 305 e Laud 626 entrambi della Bodleian
Library di Oxford.
26.
Cfr. GIOVANNI BALBI DA GENOVA, Catholicon, s. v. Si
veda anche J. FUCHS, Lexicon Latinitatis Nederlandicae Medii Aevi,
Leiden, Brill 1990, vol. 4, p. F 244.
27.
Qui è forse pertinente accennare che il Du Cange registra le
voci Flachia e Flaco nel significato di «locus coenosus
vel aquis stagnantibus oppletus». Cfr. DU CANGE, Glossarium mediae
et infimae latinitatis, Paris 1938, v. 3, s. vv.
28.
Cfr. TERTULLIANO, Liber de ieiuniis, cap. III (PL 2, 958).
29.
TERTULLIANO, Corona 3, PL 2, 78-79.
30.
PIETRO CANTORE, Verbum abbreviatum, PL 205, 45.
31.
PIETRO CRISOLOGO, Sermo XXII, PL 52, 224.
32.
Per la Summa de arte praedicatoria, cfr. PL 210, 119. Per Il
Sermo de Trinitate, cfr. ALAIN DE LILLE: Texts inedits,
a cura di M.T. D'ALVERNY, Paris, J. Vrin 1965, p. 260.
33.
AGOSTINO, Sermo CCXCIV, PL 39, 2303-2304. Si noti,
nella citazione, il «quodam modo iam sepulti» con le parole che precedono
che ci ricorda, quasi alla lettera, il rimando di Pietro Alighieri ad
una passo di Crisostomo («Bocca d'Oro», nella 2a e 3a
redazione) e che ci riconduce direttamente al v. 15: «...la gente che
quivi è sommersa». Di s. Agostino si veda anche il Sermone 36
in cui si dice che l'eccessivo cibo intorpidisce la mente «et irrigata
corporis nostri terra, spinas libidinum germinabit» (PL 39. 165), dove
il concetto dell'acqua e della nostro corpo-terra sono chiaramente espressi.
In questa sede non ci interessa l'idea -- comunissima a quasi tutti
gli scrittori sull'argomento, e già espressa da Tertulliano --
che la lussuria deriva direttamente dalla gastrimargia, per cui la lussuria
è vizio meno grave del vizio della gola. Dante segue questo ordine
anche nella seconda cantica, in cui la lussuria è l'ultimo dei
sette vizi capitali, dopo il vizio della gola.
34.
TERTULLIANO, De ieiuniis, cap IX (PL 2, 965).
35.
Tra gli altri vi sono Ambrogio, Agostino, Isidoro, Alcuino, Bruno Astense,
Riccardo di S. Vittore, Pietro Cantore, Alano di Lilla, ecc.
36.
G. BOCCACCIO, Esposizioni sopra la Comedia, cit. p.377.
37.
Cfr. F. MAZZONI, Il canto VI dell'«Inferno», cit., p. 149.
Gino Casagrande
|